Una riflessione sulla vicenda di Alexander Aan

Due vicende senza un collegamento diretto mi hanno fatto parecchio riflettere.

Quella di cui voglio parlare è quella di Alexander Aan, un indonesiano che ha dichiarato pubblicamente il suo ateismo e di cui avevo già parlato in un articolo precedente. In sintesi, è stato arrestato per aver scritto su facebook “Dio non esiste” e rischia 5 anni di carcere e la perdita del suo posto di lavoro. Il motivo, diceva la BBC, è che l’ateismo è proibito dalla legge indonesiana (che consente di credere solo nell’Islam, religione di stato, o in altre 5 confessioni religiose).

Adesso, si apprende che potrebbe essere stato costretto a convertirsi forzatamente all’Islam, come riportato in Italia dall’Uaar. Questa vicenda ha spinto la Federazione umanista europea a un appello al governo indonesiano per rimettere in libertà Aan; a sostegno di questa causa, è anche stata creata una pagina facebook, dalla quale tra le altre cose si può leggere questo agghiacciante messaggio:

Finally, people from the religion of peace made statement. The Indonesian Islamic Society Forum (FUI) said that a five-year jail term for Aan would not suffice. “He deserves the death penalty, even if he decides to repent. What he has done cannot be tolerated,” said Muhammad al-Khaththath, FUI’s secretary-general. (AFP)

L’altra vicenda di cui parlavo, invece, mi è tornata alla mente vedendo in tv delle immagini di repertorio datate novembre 2010: quando sul Pirellone, sede storica di Regione Lombardia, era stato affisso un grande striscione rosso con la scritta “Salviamo la vita dei cristiani in Iraq e nel mondo”.

Non credo che dal governo regionale del ciellino Formigoni possa venire un appello a favore della libertà religiosa nella vicenda di Alexander Aan. Quello che mi indigna, però, è sentire spesso, troppo spesso, i nostri politici ‘cristianamente ispirati’ e i prelati della chiesa italiana lanciarsi in anatemi a difesa dei cristiani del mondo, chiedendo libertà religiosa là dove i cristiani sono perseguitati, mentre nemmeno una voce di un qualche peso si alza quando a essere perseguitato non è ‘uno dei loro’.

Io credo che rivendicare congiuntamente la libertà di credere e quella di non credere sarebbe più efficace e anche più credibile. Più efficace, perché per una volta ci si potrebbe trovare, credenti e non credenti, a portare avanti una battaglia comune, in difesa della libertà di pensiero e convinzioni personali. Più credibile, perché una battaglia per dare pari diritti a tutti è sicuramente più credibile di una battaglia per difendere solo chi la pensa come noi.

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