Gli impuri di cuore

“La Chiesa è grande perché ognuno ci sta dentro a modo proprio”

Sciascia, Il giorno della civetta

Ci sono modi molto diversi di essere cattolici: sono tanti e spesso diametralmente opposti. Per chi, come me, si trova dal lato opposto della sensibilità spirituale, a volte risulta perfino faticoso dover di volta in volta precisare che si sta criticando o contestando solo una parte del mondo cattolico o un modo di vedere in genere non universalmente accettato all’interno di quello stesso mondo.

Il problema di base, probabilmente, nasce dal fatto che il catechismo ci abitua sin dall’infanzia a pensare alla “Chiesa”. Concetto che si cerca di ribadire associandovi le idee di unione e indivisibilità.

Quella di Santa Romana Chiesa, però, è una bandiera sotto la quale sono riuniti i più disparati eserciti; se uno dei punti fondamentali del cattolicesimo – almeno per come è andato a definirsi a seguito dello scisma luterano che proponeva la diretta interpretazione dei testi sacri da parte del fedele (senza cioè l’intermediazione di un prelato) – era evitare l’intepretazione ‘fai da te’, è evidente che questo intento è miseramente fallito. Il problema, infatti, risulterebbe solo spostato: al posto delle diverse versioni dei fedeli, ci sarebbero le ugualmente molteplici versioni dei diversi parroci, e siamo punto e a capo. Ma, e qui confesso un po’ della mia ignoranza, immagino e auspico che su questo punto la Chiesa abbia fatto da allora qualche passo avanti; chiuduamo però qui questa una piccola digressione, che svicola dalla riflessione che vorrei ora proporre.

Essa mi è sorta nel sentire una persona che quantomeno si considera cattolica uscirsene in un’affermazione del tipo “per risolvere la crisi economica sarebbe sufficiente rispedire a casa quei 5 milioni di immigrati, così ce ne sarebbero di posti di lavoro”. Non mi interessa tanto soffermarmi sul merito di questo pensiero, di cui non c’è nemmeno bisogno di spiegare diffusamente i tratti apertamente razzisti, ma portare avanti delle domande.

Perché, per quanto non così avanzata come in altre culture, il cristianesimo pure dovrebbe avere una sua cultura dell’ospitalità e coltivare l’apertura verso lo straniero; insomma, già qui ci si potrebbe interrogare sulla coerenza tra il pensiero di chi si ritiene un (magari buon) cattolico e il contenuto contrastante di ciò in cui dichiara di credere.

Ma facciamo un passo in più. Perché in quel ragionamento, come in molti altri, ho colto la tendenza a considerarsi superiori e a ostinarsi a non voler comprendere le condizioni in cui vivono le persone che sono oggetti del biasimo o della riprovazione.

E penso, riferendomi a questo, non solo agli stranieri – verso i quali, in quanto tali, la Chiesa non nutre particolare astio – ma anche a categorie storicamente tartassate dalla Chiesa stessa: si va dagli infedeli, specie i musulmani o gli ebrei (perlomeno, pensando ai più tartassati del passato), ai “relativisti” e ai “senza Dio”, da sempre e oggi ancor di più accusati di essere portatori di ogni male.

E, oltre a questi, si potrebbe fare un elenco sterminato: dai divorziati agli omosessuali, da chi chiede di poter porre fine alle proprie sofferenze in caso di malattie che rendano indegna la vita di essere vissuta (valutazione indubbiamente soggettiva, ovvio) a chi si trova a dover abortire.

Il tratto comune del biasimo, e a volte anche dell’insulto, verso situazioni così disparate, è che ci si concentra su condizioni oggettive delle persone o su scelte che si trovano a dover fare. C’è, insomma, un accanimento chirurgico su quello che le persone fanno o vivono, spesso anche tra mille difficoltà (valgano come esempi i divorzi e l’aborto); c’è il rifiuto di prendere in considerazione le difficoltà che possono portare a condizioni o scelte  che potranno pure essere non condivise dalla Chiesa, ma non necessariamente devono portare agli anatemi e alle scomuniche e che si portebbero, con un po’ più di rispetto, gestire più serenamente in altro modo.

L’elemento che cozza tragicamente con questi accanimenti, però, è che non c’è nessun accanimento verso la “malvagità in quanto tale”: si cercano di colpire e fustigare le cose che si ritengono associate a tale malvagità, ma non ci si straccia le vesti contro chi ragiona in modo razzista, contro chi pure dovrebbe peccare di superbia ritenendosi un gradino sopra gli altri anziché riconoscersi pari ai suoi ipotetici “fratelli”, contro chi addita il prossimo autoassolvendo invece in continuazione se stesso.

Il succo è questo: cosa definisce come intrinsecamente cattiva, malvagia, peccatrice, crudele (o quel che vi pare) una persona? Una persona è tale se si trova a dover divorziare dal proprio coniuge per prendere atto di un’unione senza più futuro? Lo sono un ragazzo o una ragazza che si ritrovano a dover ammettere di essere gay? Lo è forse una persona stanca di soffrire inutilmente? O lo è magari una persona che crede in qualcosa di diverso da quello in cui crediamo noi?

Possiamo insomma davvero ritenere che la “malvagità” si addensi in questo? O è forse una qualità più interiore, che ha a che fare con l’onestà, l’umiltà e il buon cuore di una persona, con la sua capacità di relazionarsi con rispetto con le persone con cui vive?

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2 thoughts on “Gli impuri di cuore

  1. Se qualcuno dopo aver letto tale post si ritenesse una persona malvagia poiché non credente, divorziata, etc mi sento di poterlo rassicurare con le parole del beato padre Giovanni XXIII:”Dio ama il peccatore ma odia il suo peccato”.

    Per quanto riguarda invece la tua affermazione

    “Perché in quel ragionamento, come in molti altri, ho colto la tendenza a considerarsi superiori e a ostinarsi a non voler comprendere le condizioni in cui vivono le persone che sono oggetti del biasimo o della riprovazione.”

    Mi sembra singolare che tu voglia identificare tale comportamento come caratteristica che accomuna i cattoli (o molti cattolici); semplicemente è insita nella natura della persona (cosa che non è la coerenza) la sensazione di essere nel giusto e migliore di chi non la pensa come te.
    Sai quanto volte mi è capitato di parlare con persone con opinioni diverse dalle mie (ad esempio sulla tav) e sia io che loro nelle esporre le nostre considerazioni ci crucciavamo di non riuscire a convincere l’altro della superiorità della rispettiva tesi; o ancora su questo blog dici che qualcuno non mi ha guardato dall’alto in basso dandomi del retrogrado solo perché difendevo la famiglia basato sul matrimonio tra uomo e donna?
    é la vita bellezza.

    • Per riprendere il senso di quanto detto sopra, una rondine non fa primavera. Non basta la citazione di un papa a chiudere la discussione. Appunto perché la Chiesa è fatta di una molteplicità di voci di cui papa Giovani XXIII non può sicuramente ritenersi rappresentativo.
      Ma, se anche lo fosse (e non lo è), la distinzione peccato-peccatore non risolve la questione. Perché la Chiesa da sempre ha bisogno di ‘peccatori’ da additare come esempi negativi. E lo fa andando a colpire le situazioni “visibili”, che hanno a che fare con la condotta delle persone fregandosene, vuoi per semplicità vuoi per dei paraocchi, delle condizioni che le producono.
      Chissenefrega, per così dire, di quello che passa per la testa di una persona: a contare è quello che si trova a vivere, e allora o si fa quello che dice la Chiesa oppure si è marchiati a vita.
      Se invece, pur essendo lontanissima dal senso del credo cristiano (vabbé, il senso del credo cristiano in realtà non esiste, o per meglio dire è diverso da persona a persona per cui forse non ha nemmeno senso ragionare basandosi su un concetto tanto liquido), una persona non compie ad azioni che consentano di identificarlo pubblicamente come “peccatore”, è libero di vivere serenamente.

      Da ultimo, è evidente che chi scrive non intende identificare “la tendenza a considerarsi superiori e a ostinarsi a non voler comprendere le condizioni in cui vivono le persone che sono oggetti del biasimo o della riprovazione” con il mondo cattolico. Premesso che l’intolleranza è storicamente un tratto caratteristico delle religioni, il senso del ragionamento era un altro: l’idea, cioè, che questo atteggiamento contraddica fortemente lo spirito che si coglierebbe dalla lettura di alcuni passi evangelici.
      Il punto essenziale è il seguente. Un conto è discutere con una persona della TAV, trovarsi in disaccordo e restare convinti della superiorità delle proprie argomentazioni: è ovvio, le tue argomentazioni sono le tue e sono le tue perché sei convinto che siano le migliori.
      Un altro paio di maniche è passare dal disaccordo al cercare di rendere la vita impossibile alle categorie succitate, e non solo a quelle: additandole in continuazione come il male da evitare (con buona pace del defunto Giovanni XXIII), associandovi a piè sospinto ogni sorta di nefandezza, accusandole di voler portare la società alla perdizione e alla devastazione. Si tratta di atteggiamenti molto lontani dallo spirito democratico e dalla capacità di relazionarsi in uno stato laico.

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