Il papa a Milano: quello che in un altro Paese non sarebbe normale…

Ha il sapore della beffa che segue il danno il fatto che oggi, incontrando le più alte autorità politiche lombarde, papa Ratzinger abbia parlato di “gratuità”: sia perché il suo megacomizio della durata di tre giorni di “gratuito” non ha un bel niente, dato che è costato 13 milioni di € di cui gran parte provenienti da comune di Milano e regione Lombardia, sia perché l’attività religiosa, politica e sociale della Chiesa in Italia è tutt’altro che gratuita e costa ai cittadini italiani qualcosa come 6 miliardi di € l’anno.

Eppure, a dispetto di questo e nonostante i continui scandali che minano sempre più la credibilità della Chiesa, ancora una volta al capo della chiesa cattolica è stato consentito di salire in cattedra e bacchettare le autorità (sempre che siano realmente degne di questo nome) italiane: nel farlo, ha rilanciato la concezione dello Stato etico sostenendo che le leggi di uno Stato devono “trovare giustificazione e forza nella legge naturale, che è fondamento di un ordine adeguato alla dignità della persona umana, superando una concezione meramente positivista dalla quale non possono derivare indicazioni che siano, in qualche modo, di carattere etico”; ha affermato che le leggi dello Stato “non possono riconoscere l’aborto e l’eutanasia”, ha rilanciato gli anatemi sulla tutela della famiglia contro le coppie di fatto ed è tornato come sempre a propagandare le ragioni delle scuole private confessionali.

Tutto questo, come sempre, in barba al principio di laicità dello Stato e non discriminazione dei cittadini così come affermata dalla Costituzione italiana e dai Trattati dell’Unione Europea: in molti Paesi d’Europa non sarebbe consentito al Papa di dettare la linea politica alle istituzioni del Paese chiedendo loro di privilegiare le opinioni di un credo religioso rispetto al resto dell’opinione pubblica, che tra l’altro è sempre meno allineata alle tesi papali, di portare avanti crociate a favore dello Stato etico, contro i diritti delle donne, delle coppie di fatto, degli omosessuali o il valore della scuola pubblica, e tantomeno si consentirebbe di farlo a spese della collettività.

Nel suo discorso all’assemblea generale Cei di una settimana fa (24/5), propagandato in questi giorni per le vie di Milano da militanti ciellini, il papa è tornato all’attacco del mondo contemporaneo sostenendo che

questa situazione di secolarismo caratterizza soprattutto le società di antica tradizione cristiana ed erode quel tessuto culturale che fino ad un recente passato era un riferimento unificante, capace di abbracciare l’intera esistenza umana e di scandirne i momenti più significativi, dalla nascita al passaggio alla vita eterna.

Il patrimonio spirituale e morale in cui l’Occidente affonda le sue radici e che costituisce la sua linfa vitale, oggi non è più compreso nel suo valore profondo, al punto che non se ne coglie più l’istanza di verità. Anche una terra feconda rischia così di diventare deserto inospitale e il buon seme di venire soffocato, calpestato e perduto.

Queste parole pesano come un macigno e mettono in chiaro da che parte sta la Chiesa. Certo non dalla parte delle istanze che promuovono l’uguaglianza dei cittadini e combattono la discriminazione: l’obiettivo è infatti quello di riportare la situazione a come era un tempo, quando vi era un “unico riferimento culturale”. Il pluralismo delle moderne società democratiche e il rispetto delle opinioni e delle scelte di vita altrui è percepito come il male.

La chiesa continua a ritenersi l’unica detentrice di valori e verità e si rifiuta di riconoscere a chi la pensa diversamente una posizione paritaria. Queste tesi sono francamente inaccettabili nell’anno di grazia 2012, e sarebbe buona cosa che il papa e i suoi accoliti prendessero finalmente atto che la democratizzazione, la laicizzazione e la secolarizzazione dell’Europa e dell’Italia sono ormai un dato di fatto: rinunciando così a portare avanti battaglie di retroguardia e imparando a fare i conti e a convivere con il presente e con le persone che lo abitano.

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