Quattro righe sulla morte del card. Martini

Non era nelle mie intenzioni scrivere nulla riguardo alla morte del card. Carlo Maria Martini, per 22 anni arcivescovo di Milano. Eppure, un paio di lettori (credenti) hanno ritenuto di far presente allo scrivente che se lo aspettavano: uno con toni pacatamente provocatori, l’altro con sincera sorpresa. Per cui, cercherò di venire incontro a questa attesa.

La doverosa premessa è che personalmente so poco di Martini. Ero troppo piccolo per conoscerne le posizioni quando era arcivescovo di Milano, e negli anni successivi la sua presenza sulla scena pubblica italiana è scemata, limitata per lo più a lettere o interviste rilasciate ai quotidiani.

Quello che posso dire è che fa specie che qualcuno pensi che un ateo debba parlare male di un uomo di Chiesa per partito preso. Sono qui a scrivere per dire proprio che non è così. Non c’è, nei non credenti, una volontà di attaccare la Chiesa a priori. Le critiche che vengono mosse sono in genere più che motivate e di certo non aprioristiche.

Fa forse comodo, a molti credenti, rifugiarsi nell’idea che “l’ateismo” sia un blocco granitico che ha come unico scopo quello di fare l’emissario di Satana e mettere in difficoltà la Chiesa. Le cose, però, non stanno così. Una rappresentazione non soltanto di comodo e manichea, ma che non tiene neppure conto che il non credente sa benissimo che all’interno del cattolicesimo italiano ci sono sensibilità molto diverse e che accanto ad alcune molto invadenti e oserei dire pericolose per la laicità dello Stato ve ne sono altre con cui è possibile un rapporto di dialogo e rispetto.

Carlo Maria Martini rientrava fra questi ultimi: e per spiegarlo mi permetto di rimandare i lettori a questa nota dell’Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti, Martini: un cardinale di rispetto, in vita e in punto di morte, di cui consiglio peraltro la lettura integrale.

Martini non era un dissidente: non si è mai contrapposto frontalmente alle gerarchie ecclesiastiche, di cui peraltro faceva autorevolmente parte. (…) Era però un uomo che su tanti temi, scientifici e bioetici, ha sempre cercato di comprendere la posizione altrui, anziché condannarla. Un atteggiamento “conciliare”: proprio perché “figlio” di un evento che non ha certo rivoluzionato né la Chiesa né la sua dottrina, ma il cui cambiamento più significativo, a nostro avviso, è stato quello di concepire la Chiesa non più come un inattaccabile e inaccessibile punto di riferimento dell’universo, ma come parteminoritaria di un mondo in dialogo con tutte le altre.
Un’impostazione che si fa assai fatica a ritrovare nelle dichiarazioni degli ultimi due pontefici e delle gerarchie ecclesiastiche contemporanee. A differenza di Martini, un uomo stimato soprattutto perché rispettava gli altri e si poneva in ascolto. I suoi periodici incontri milanesi con i non credenti sono stati aboliti dai suoi successori ed erano impostati a un confronto paritetico, ben diverso dai presunti “dialoghi” con interlocutori di comodo re-inventati recentemente dal Vaticano.

Quanto al suo rifiuto dell’accanimento terapeutico, la questione dovrà porsi soprattutto all’interno delle gerarchie ecclesiastiche. Perché dopo le vicende di Woytila e di Martini, è davvero ridicolo che la Chiesa possa pensare di continuare a sostenere tesi perentorie da imporre a tutti i cittadini, anche ai non credenti, quando poi, nel momento estremo, nemmeno i più alti esponenti della Chiesa rispettano i suoi precetti.

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