Una violenza che non possiamo giustificare

Un attentato a Bengasi, in Libia, ha ucciso 4 persone: l’ambasciatore statunitense e altre 3 persone, di cui 2 marines.

Attentato che arriva dopo giorni di scontri in Libia:

All’origine degli scontri, un film ritenuto offensivo nei confronti dell’Islam. Si tratta di «Innocence of Muslim» (L’innocenza dei musulmani) ed è stato realizzato da un israelo-americano, Sam Bacile, che dopo i disordini al Cairo ha dichiarato: «L’islam è un cancro». La morte dell’ambasciatore Usa è stata rivendicata da Ayman al Zawahiri, numero due di Al Qaeda: «Una reazione della milizia Ansar Al-Sharia alla conferma della morte di Abu al-Libi».

Stando a questa ricostruzione non sarebbe ancora chiaro se l’attentato è una vendetta di Al-Qaeda per l’eliminazione di uno dei suoi esponenti di spicco oppure è un “atto di protesta” (per usare un eufemismo) contro un film giudicato blasfemo. Se fosse valida la seconda ipotesi, che è quella a cui i media stanno attribuendo più ampia eco, qualche spunto di riflessione ce lo dobbiamo porre.

Dobbiamo infatti affermare con forza che un atto simile è ingiustificabile, senza se e senza ma, per una lunga serie di motivi.

Anzitutto, il fatto che un film sia ritenuto offensivo non costituisce un valido motivo per uccidere 4 persone. E questa è la considerazione base che dovrebbe evitare qualsiasi giustificazionismo verso l’attentato odierno.

Inoltre, pensare che dell’Islam si debba parlare soltanto in chiave positiva sarebbe sia una tesi ridicola sia una lesione bella e buona di un diritto, quello alla libertà di formarsi e diffondere la propria opinione anche se a qualcuno non piace, che è una delle più grandi conquiste delle nostre democrazie.

Di più: pensare di autocensurare rappresentazioni che potremmo ritenere offensive per qualche islamico significherebbe riconoscere noi stessi un valore al “reato di blasfemia”: quello stesso reato per cui una giovane bambina pakistana, down e cristiana, ha rischiato prima di essere linciata da una folla di scalmanati e poi di essere condannata da un tribunale.
Ma anche, appunto, una blasfemia in nome della quale uccidere persone – come l’ambasciatore libico e il suo seguito – che nulla avevano a che fare con quel film. E questi due esempi bastano a mostrare quanto queste violenze compiute in nome di Allah siano gratuite e ingiustificate.

No, non si possono proprio addurre giustificazioni per queste reazioni violente e per l’usanza barbara di punire ciò che viene additato come blasfemo (tra l’altro facendosi giustizia da sé, cosa contraria a qualunque ordinamento statale moderno). Dire che qualcuno compie queste violenze perché vede urtata la propria sensibilità equivale a dare licenza di uccidere a qualsiasi pazzo estremista che voglia tappare la bocca a chi non la pensa come lui.

Non siamo noi occidentali a dover far un passo indietro sulle libertà di espressione e di critica, è il mondo islamico a dover fare moltissimi passi avanti verso la modernità. Cerchiamo di ricordarcene, in modo da non dover rimettere in discussione le libertà in cui crediamo per colpa di un manipolo di violenti.

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One thought on “Una violenza che non possiamo giustificare

  1. la mia domanda è da dove minchia esce sta roba “al qaeda spa”e poi perché non chiedono i motivi di tali proteste a quelli che gridano contro l’u.s.a. invece di far intervenire gli “esperti” del islam che sparano minchiate a raffica , è tutta un informazione guidata a tal modo da confondere e persuadere il lettore .chiedetevi perché non chiedono mai niente i giornalisti alle persone in piazza non danno alcuna voce e continuano a sparare stronzate manipolatrici ..Casualmente accade tutto in tempo di elezioni .. guarda che caso..al qaeda è la famiglia rockefeller .

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