Disabilità e sessualità

In Amarcord, nel 1973, Federico Fellini già poneva delle domande su un tema che ancora oggi, se non lo ignorassimo, sarebbe un tabù: in una scena del film lo zio Teo, un “matto” internato in manicomio, sta trascorrendo in campagna una giornata “premio” con i familiari quando ad un certo punto si arrampica in cima a un albero e si mette a urlare: “Voglio una donna!”.

Un interessante articolo-intervista di Max Ulivieri, su Il Fatto Quotidiano, può aiutarci a conoscere e comprendere le difficoltà di un disabile a trovare una dimensione affettiva e sessuale soddisfacente:

Fulvio Frisone, poeta, pittore, ma soprattutto, uno dei più grandi fisici italiani. Affetto, a causa di un errore medico al momento della nascita, da tetraparesi spastica. Nascere e crescere con gli arti, ma non poterli usare. Quello che mi colpì profondamente, nel venire a conoscenza della sua storia, fu il ruolo che ebbe la madre nella sua crescita. A un certo punto, semplicemente, si rese conto che proprio figlio rischiava di impazzire. Il bisogno di espressione sessuale, che era precluso anche autonomamente, non gli lasciava un attimo di tregua, e neanche a lei. Non era come imboccarlo, o aiutarlo ad andare al bagno, accudirlo come un bambino nei bisogni primari. Questa era una cosa completamente diversa, moralmente imbarazzante, per taluni riprovevole. Che fare? Cercare qualcuno che lo aiutasse, fu la risposta che si diede e lottò ferocemente, come solo una madre coraggiosa sa fare, per trovare le persone giuste.

Fu lì che iniziai a riflettere in termini di assistenza sessuale. Ovvio che prima non mi fossi mai posta il problema, non è argomento di cui parlano i media, non era un dramma che avesse sfiorato me o la mia famiglia, quello della disabilità, fisica o mentale che fosse. Ho iniziato a chiedermi che cosa si potrebbe provare a essere lucidi, coscienti, dentro un corpo che è in parte o del tutto inutilizzabile autonomamente. Io che avrei fatto? Non lo so, non è qualcosa su cui si può congetturare. Tuttavia, sapevo che cosa mi sarei potuta augurare: di essere aiutata con amore a esprimere tutti i miei bisogni: del corpo, della mente, dell’anima. D’altra parte, trovarsi improvvisamente dentro un corpo che non risponde più può succedere a chiunque, se è destinato a passare per quell’esperienza. Non volevo vivere nella paura che succedesse a me, ma nemmeno vivere nell’indifferenza a questa nuova, improvvisa consapevolezza. Non sapevo come agire, però. Così, confidando nel destino, aspettai un segno.

>>> continua qui.

Quello dell’assistenza sessuale ai diversamente abili è un tema complesso, cui non è possibile approcciarsi con giudizi moralistici o pregiudizi.

Ad oggi, nella mentalità comune, il sesso è ancora una cosa “sporca”, che se “prestata come servizio” equivale alla prostituzione (con lo stigma sociale ad essa associato) e il disabile è spesso concepito alla stregua di un “subumano” non all’altezza di una vita sessuale. In alcuni Paesi del Nord Europa, tuttavia, il problema è stato affrontato istituendo e regolamentando la figura dell’assistente sessuale. Potranno passare anni prima che in Italia si inizi a porre il problema e a cercare di affrontarlo: intanto, però, è opportuno iniziare a parlarne e prenderne consapevolezza.

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PS. Del tema, qualche giorno dopo, se ne occupa anche la rubrica “Invisibili” del Corriere.

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