L’inadeguatezza dei pontieri

L’ultimo post pubblicato su questo blog ha provocato da parte di un paio di lettori critiche abbastanza accese allo scrivente e al blog stesso. Critiche che, non essendo state espresse qui ma in altra sede, è bene riassumere brevemente – anche se non ho la pretesa di riuscire, con poche righe, a riassumere critiche emerse nel mezzo di lunghi scambi di opinioni. (A dire il vero il pezzo è valso anche una piccolo riconoscimento: l’essere citati dal sito di Teatro19, che non so come abbia fatto a arrivare su questo blog).

Una prima obiezione mossami è che certi temi, nella fattispecie la questione in esame nel pezzo, sono “delicati” e si dovrebbero quindi abbassare da ambo le parti i toni; che rispetto a un clima di contrapposizione frontale fra la Chiesa e i suoi detrattori sarebbe preferibile e necessario un confronto più “maturo e pacato”. Un’altra osservazione era relativa al fatto che pur convenendo sulla rigidità delle sue tesi, la Chiesa ha all’interno più anime e sarebbe quindi disonesto denunciarla come “bigotta” o “illiberale”. Ancora, mi si è detto che pur essendo comprensibili le posizioni in difesa delle diverse “minoranze senza voce” che vengono espresse in questo blog, la denuncia dovrebbe essere evitata o fatta con toni più leggeri per non “spaventare i moderati”.

Tralasciando per ora le accuse di disonestà e di arroganza che mi sono beccato en passant, che – per carità – in una discussione franca ci possono anche stare, penso sia giunto il momento di esporre qui alcune considerazioni.

Va anzitutto premesso che chi scrive è assolutamente consapevole della babelicità che caratterizza le numerose anime del mondo cattolico (avevo cercato di spiegarlo anche qui, mesi fa): che vi sono posizioni e sensibilità spesso molto diverse e che ci sono cattolici con cui è possibile discutere e altri con cui è impossibile. Questo, però, non significa che non si debbano denunciare le (numerose) battaglie bigotte e illiberali che ancora oggi la Chiesa come istituzione (se “Chiesa” vi sembra troppo generico e avete bisogno di un riferimento fisico, potete pensare al Vaticano o alla CEI) porta avanti. E, soprattutto, l’esistenza di una “minoranza più presentabile” all’interno del mondo cattolico non fa sì che sia “disonesto” il criticare aspramente la parte meno presentabile. Personalmente, dato che le critiche andavano anche sul personale, sono in buoni rapporti con molti cattolici e siamo spesso d’accordo anche sui temi nei quali la Chiesa entra a gamba tesa cercando di determinare con i suoi interventi le decisioni della politica italiana: cosa che spero possa togliere ogni dubbio rispetto all’accusa di fare di tutta l’erba un fascio.

Quanto alle buone intenzioni di chi a una contrapposizione preferirebbe un confronto, non si può che rispondere che ad oggi questo confronto, per quanto auspicabile, appare onestamente impossibile. La realtà italiana ci parla di una chiesa che, seppur travolta dagli scandali di Vatileaks, della copertura dei preti pedofili e dello IOR continua a influenzare in misura estremamente forte la politica italiana, impedendo la realizzazione di riforme che nel resto d’Europa sono basilari e che renderebbero l’Italia uno stato un po’ più laico.

Non stiamo parlando della luna: stiamo parlando di elementari leggi di civiltà sul testamento biologico, sulla fecondazione assistita, sulle unioni civili e del ridimensionamento dei privilegi della Chiesa, sia economici che culturali. Senza questi cambiamenti, e con la Chiesa che si propone come principale freno alla modernizzazione del nostro Paese, risulta difficile pensare a un dialogo: se non c’è disponibilità a cambiare cose che costituiscono l’ABC della laicità, è necessario che qualcuno si batta con forza per reclamarle.

E che questo non lo si possa fare con toni pacati e sommessi è a mio avviso una cosa quasi autoevidente: non solo perché in un Paese dove la Chiesa può lanciare a ripetizione i suoi moniti nelle chiese, dai telegiornali e sui giornali quei toni ci condannerebbero all’irrilevanza, ma anche perché di fronte a una così forte arretratezza non si può far altro che alzare la voce.

Io capisco che il prendere posizione in modo netto e con toni forti possa risultare a volte eccessivo: ma tra lo stare zitti o il farfugliare qualcosa di incomprensibile e il dire chiaramente quello che si pensa senza censure continuo a preferire il secondo approccio. Lo trovo meno ipocrita e anche meno lavativo; anche se so che qualcuno potrebbe inorridire sentendomi citare don Lorenzo Milani, mi viene da chiedermi: “A che serve avere le mani pulite, se le si tengono in tasca?”.

Da ultimo, per rispondere a una osservazione piuttosto marginale, penso che l’idea di stare “zitti e buoni” per “non spaventare i moderati” sia un calcolo politicistico non solo ormai terribilmente vecchio, ma anche smentito alla grande dal risultato delle ultime elezioni.

Lasciata da parte la risposta alle critiche (chi le ha mosse quasi certamente la troverà non soddisfacente, ma questo non mi esime dal cercare di formularle), nella mia mente hanno iniziato a farsi insistenti alcuni punti di domanda sulla credibilità, o meglio sull’adeguatezza, di coloro che queste critiche le portano avanti: di seguito li chiamerò per semplicità “i pontieri” e premetto da subito che nelle righe che seguono avrò in mente, più che singole persone, i tratti caratterizzanti dei tanti pontieri con cui mi sono trovato a discutere negli anni tramite Dalla parte di Alice.

Gioverà, in primis, tracciare un ritratto approssimativo della figura del “pontiere”, essendo capitato a chi scrive di imbattercisi molto di frequente. Giovane, intelligente e istruito, il pontiere è stato cresciuto dai genitori secondo una forte educazione cristiana, ha passato (e passa ancora, quando gli è possibile) le sue giornate tra chiesa e oratorio e non si è mai allontanato (anche se qualche dubbio pare l’abbia avuto) dalla religione che gli è stata insegnata. Tendenzialmente di centrosinistra, il pontiere è abituato – sia per questioni generazionali che per la “multiculturalità” che caratterizza le persone e gli ambienti che frequenta – a confrontarsi con atei, agnostici, cattolici moderati e cattolici integralisti; e non è azzardato attribuirgli, anche se le etichette spesso sono brutali, la qualifica di “cattolico moderato”.

Qualifica che, in quanto moderato, si accompagna appunto al desiderio di fare da pontiere: lo anima la speranza che la Chiesa cattolica possa progressivamente dismettere le parti da lui ritenute più critiche (cozzanti con la sua percezione del quotidiano e con quella della sua generazione) e che ciò possa incoraggiare un confronto più pacato con il crescente numero di non credenti; il desiderio, cioè, di costruire un ponte tra due realtà con visioni del mondo, della vita e della politica opposte.

Fin qui, in fondo, nulla di sconvolgente: gli si possono riconoscere, probabilmente, tanto delle buone intenzioni quanto un livello di ottimismo eccessivo.

Quando però ti trovi a discuterci, non puoi far a meno di ritenere che, anche se ce la mettono tutta, come “pontieri” essi finiscano per rivelare troppo spesso la loro inadeguatezza. Provo a spiegarmi meglio.

Li irrita particolarmente, o semplicemente li mette a disagio, il fatto che qualcuno possa scagliarsi contro la Chiesa di cui essi si sentono parte; e cercano ripetutamente di convincerti che non dovresti essere così critico: di fronte alle domande sulla copertura dei preti pedofili, sul clima omofobo alimentato dalla Chiesa, sulla sua sessuofobia millenaria,sull’oscurantismo in tema di ricerca scientifica e sue applicazioni ti senti rispondere spesso, troppo spesso, il mantra che “è normale che la Chiesa sbagli perché è fatta di uomini”; il ragionamento classico che ti viene proposto è che “la Chiesa fa spesso cose sbagliate, ma fa anche cose buone”. Come a dire che una mano lava l’altra. È anzitutto in questo modo di ragionare, nel tentativo di prendere le distanze senza in realtà prendere le distanze, che risiede l’inadeguatezza dei pontieri e la loro scarsa credibilità.

Ora, premesso che le autoassoluzioni lasciano sempre il tempo che trovano (la cosa incredibile è che questi pontieri sono in prima fila a indignarsi quando sentono dei ragionamenti del tipo “la mafia fa male al Sud, ma dà anche lavoro” o “Berlusconi è un delinquente ma ha fatto anche delle buone leggi”, eppure ti ripetono fino allo sfinimento che “la Chiesa fa spesso cose sbagliate, ma fa anche cose buone”), quello che infastidisce ulteriormente non sono soltanto certi disperati equilibrismi per tenere il piede in due scarpe, quanto il fatto che, nonostante queste loro ambiguità (volessi fare il cattivo le chiamerei incoerenze…), i pontieri siano sempre pronti a dirti quello che dovresti e quello che non dovresti dire, quello che è bene che tu dica pubblicamente e quello che è meglio che tu non dica e te lo tenga per te.

Intendiamoci, è anche possibile che loro siano convinti di farlo per il bene e nell’interesse della tua causa e non perché li mette in imbarazzo il constatare l’impresentabilità di un’istituzione da cui non hanno la forza di prendere le distanze. Eppure, che oltre a tutto ciò vengano anche a tacciarti di disonestà intellettuale e arroganza se non metti in pratica i loro “consigli”, che ti dicano “tu parli così perché sei convinto di avere la verità in tasca”, questo è inaccettabile: i loro “ma anche” e il loro credere ciecamente in una divinità subordinando a questa fede cieca ogni altra considerazione (“perché se credi è normale che sia così“, mi sono sentito rispondere una volta!) non penso gli consentano di dare lezioni in merito.

Anche perché, così facendo, il loro tanto desiderato dialogo finisce per diventare un ricatto: o rinunci a denunciare quello che noi non vogliamo sentire, o sei disonesto e arrogante!

Per quanto possa essere comprensibile che i pontieri non vorrebbero sentire le critiche di molti atei e agnostici tutte le volte che la Chiesa (in quanto istituzione o attraverso suoi gruppi o esponenti) fa campagne illiberali sulla contraccezione, sull’interruzione di gravidanza, sulla dignità delle donne, sulle terapie riparative per i gay, contro le unioni civili, per ostacolare la fecondazione assistita, tutte le volte che difende i preti pedofili, tutte le volte che continua a gestire in assoluta mancanza di trasparenza lo Ior, ogni volta che insomma usa la sua posizione per fare cose che gridano vendetta al cospetto di Dio (se il Dio in cui credete esiste), penso che invece di indignarsi e chiederti di non dire nulla dovrebbero prendere atto che in un paese democratico le critiche anche aspre all’autorità non devono essere oggetto di scandalo; e, se è loro possibile, potrebbero fare uno sforzo empatico per comprendere che atei e agnostici vorrebbero tanto, in quelle stesse occasioni, sentire le LORO voci indignate, vorrebbero vederli capaci (coraggiosamente e con onestà intellettuale) di dissociarsi pubblicamente da affermazioni che non condividono.

Se dall’interno del mondo cattolico qualcuno avesse il coraggio di dire “non ci stiamo” a questo gioco al massacro, la Chiesa potrebbe forse cambiare davvero. Al momento, però, le voci che vogliono il cambiamento son poche, flebili e spesso più inclini all’obbedienza piuttosto che alla dissidenza.

Altrimenti, i propositi di cambiamento della Chiesa e di dialogo fra Chiesa e non credenti rischiano di restare un sogno nel cassetto, tante volte accarezzato nella mente, ma mai vissuto con il coraggio e l’onestà di chi, a un certo punto, la smette con i compromessi, i ma anche e le autoassoluzioni e si rivela pronto a una discussione franca e senza tabù.

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