La sfida di papa Francesco. Alcuni commenti all’intervista-incontro con Scalfari.

Sono passati più di sei mesi dall’elezione di papa Francesco e molte, ormai, sono le sue prese di posizione pubbliche. Alcune hanno suscitato grande clamore e gli sono valse un consenso diffuso, altre hanno fatto dubitare dell’effettiva volontà di cambiamento del pontefice argentino.
Di ieri è la pubblicazione dell’intervista-incontro con Eugenio Scalfari, su Repubblica. Un’intervista da cui emerge un papa che scende dal proprio piedistallo, disponibile, almeno apparentemente, a rinunciare ad una posizione privilegiata di detentore della verità assoluta.
Alcuni passaggi sono particolarmente interessanti, e segnano un cambiamento notevole rispetto ai più immediati predecessori (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) di Francesco.
Per ora, ancora una volta, sono solo parole, auspici, dichiarazioni d’intenti. Il nostro augurio è che si traducano al più presto in fatti concreti: ne beneficerebbe la chiesa, ma non solo. Ne beneficerebbero anche il rapporto fra credenti e non credenti e, forse, la laicità dello Stato.
Di seguito copio alcuni dei passaggi (riportati in corsivo) a mio avviso più interessanti della lunga intervista. Va detto che Scalfari e Bergoglio si sono tenuti ben alla larga dal discutere di temi controversi: bioetica, visione della donna, matrimoni omosessuali, pedofilia nella chiesa, privilegi della chiesa. Un fatto di cui va tenuto conto, perché Scalfari appare molto concessivo, a volte “deferente”, nei confronti di Francesco.

Il proselitismo, il bene e il male
Una chiesa che non punti a convertire o a imporre la propria visione del mondo: ognuno persegua il bene per come lui lo vede, dice Francesco. Se pensiamo alle sparate di Benedetto XVI sul relativismo, la differenza mi sembra notevole.
«Il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda. A me capita che dopo un incontro ho voglia di farne un altro perché nascono nuove idee e si scoprono nuovi bisogni. Questo è importante: conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri. Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l’importante è che portino verso il Bene».
Santità, esiste una visione del Bene unica? E chi la stabilisce?
«Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene».
Lei, Santità, l’aveva già scritto nella lettera che mi indirizzò. La coscienza è autonoma, aveva detto, e ciascuno deve obbedire alla propria coscienza. Penso che quello sia uno dei passaggi più coraggiosi detti da un Papa.
«E qui lo ripeto. Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo».

Gli interessi temporali, il Vaticano, la teologia della liberazione
Questo è uno degli esempi in cui alle parole speriamo che seguano presto i fatti. Qualche timido segnale s’è visto, finora, ma anche qualche contraddizione. Interessante, poi, il disaccordo con la condanna che la chiesa fece della “teologia della liberazione”.
La lebbra del papato, ha detto esattamente così. Ma qual è la corte? Allude forse alla Curia? ho chiesto.
«No, in Curia ci sono talvolta dei cortigiani, ma la Curia nel suo complesso è un’altra cosa. È quella che negli eserciti si chiama l’intendenza, gestisce i servizi che servono alla Santa Sede. Però ha un difetto: è Vaticano-centrica. Vede e cura gli interessi del Vaticano, che sono ancora, in gran parte, interessi temporali. Questa visione Vaticano-centrica trascura il mondo che ci circonda. Non condivido questa visione e farò di tutto per cambiarla. La Chiesa è o deve tornare ad essere una comunità del popolo di Dio e i presbiteri, i parroci, i Vescovi con cura d’anime, sono al servizio del popolo di Dio. La Chiesa è questo, una parola non a caso diversa dalla Santa Sede che ha una sua funzione importante ma è al servizio della Chiesa».
La teologia della liberazione, che papa Wojtyla ha scomunicato, era abbastanza presente nell’America Latina.
«Sì, molti suoi esponenti erano argentini».
Lei pensa che sia stato giusto che il Papa li combattesse?
«Certamente davano un seguito politico alla loro teologia, ma molti di loro erano credenti e con un alto concetto di umanità ».

La grazia
Un punto, questo, in cui emerge come nel confronto con il mondo cattolico resteranno sempre e comunque dei punti su cui è difficile parlarsi (nell’intervista ce ne sono altri, ma mi limito a questo a titolo di esempio): lo si nota quando Francesco “impone” la propria visione sull’esistenza dell’anima a Scalfari, che non ci crede. Sul piano metafisico le visioni, probabilmente, sono troppo inconcilianti per potersi incontrare. L’importante è che restino sul piano metafisico e non si trasformino in imposizioni per chi non crede.
Lei si sente toccato dalla grazia?
«Questo non può saperlo nessuno. La grazia non fa parte della coscienza, è la quantità di luce che abbiamo nell’anima, non di sapienza né di ragione. Anche lei, a sua totale insaputa, potrebbe essere toccato dalla grazia».
Senza fede? Non credente?
«La grazia riguarda l’anima».
Io non credo all’anima.
«Non ci crede ma ce l’ha».

Il Concilio Vaticano II
«Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare».

Il potere
Quello del potere è uno dei passaggi cruciali del pontificato di Francesco. Molti notano che il papa sembra non rendersi conto di essere al vertice della chiesa e che quindi ha il potere di cambiarla: troppo spesso appare infatti come un osservatore esterno, che promuove critiche condivisibili senza però poi avere la forza di tradurle energicamente in cambiamenti. Forse è l’inesperienza dei primi mesi, forse un’operazione più mediatica che concreta. Certo, quando Francesco dice “la chiesa non si occuperà di politica” è davvero difficile credergli, se pensiamo al suo forte interventismo quando presiedeva la conferenza episcopale argentina o quando ha ammonito i politici francesi per aver approvato la legge sul marriage pour tous. La coerenza, purtroppo, non sembra essere uno dei punti forti del nuovo papa…
Penso che l’amore per il potere temporale sia ancora molto forte tra le mura vaticane e nella struttura istituzionale di tutta la Chiesa. Penso che l’Istituzione predomini sulla Chiesa povera e missionaria che lei vorrebbe.
«Le cose stanno infatti così e in questa materia non si fanno miracoli. Le ricordo che anche Francesco ai suoi tempi dovette a lungo negoziare con la gerarchia romana e con il Papa per far riconoscere le regole del suo Ordine. Alla fine ottenne l’approvazione ma con profondi cambiamenti e compromessi».
Lei dovrà seguire la stessa strada?
«Non sono certo Francesco d’Assisi e non ho la sua forza e la sua santità. Ma sono il Vescovo di Roma e il Papa della cattolicità. Ho deciso come prima cosa di nominare un gruppo di otto cardinali che siano il mio consiglio. Non cortigiani ma persone sagge e animate dai miei stessi sentimenti. Questo è l’inizio di quella Chiesa con un’organizzazione non soltanto verticistica ma anche orizzontale. Quando il cardinal Martini ne parlava mettendo l’accento sui Concili e sui Sinodi sapeva benissimo come fosse lunga e difficile la strada da percorrere in quella direzione. Con prudenza, ma fermezza e tenacia».
E la politica?
«Perché me lo chiede? Io ho già detto che la Chiesa non si occuperà di politica».

La politica secondo Bergoglio
Qui anche la politica è chiamata in causa.
«Sicuramente. Personalmente penso che il cosiddetto liberismo selvaggio non faccia che rendere i forti più forti, i deboli più deboli e gli esclusi più esclusi. Ci vuole grande libertà, nessuna discriminazione, non demagogia e molto amore. Ci vogliono regole di comportamento ed anche, se fosse necessario, interventi diretti dello Stato per correggere le disuguaglianze più intollerabili».

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