Sudan, il giudice: non accetti di convertirti? A morte!

Sta facendo discutere, in questi giorni, la vicenda di Meriam, donna sudanese incinta che, originariamente accusata dal marito di adulterio, è stata in seguito accusata di apostasia.

Meriam, infatti, è cristiana, come la madre, ma pare che il suo padre biologico, che fuggì di casa quando lei era ancora bambina, era musulmano. Tanto basta, in Sudan, per far scattare l’accusa di apostasia: ovvero l’accusa di aver abbandonato la religione islamica, che comporta dapprima un ultimatum – il malcapitato di turno viene incarcerato e ha 3 giorni per rinnegare la propria fede e convertirsi all’Islam – e, in caso di mancata abiura, si può arrivare addirittura alla condanna a morte.

Non solo, quindi, il concetto di apostasia è odioso – perché implica l’dea che le persone sono di proprietà di una religione, condannate ad esserne schiave per tutta la loro vita – ma è anche un qualcosa di tremendamente barbaro. Il problema, si badi, non è solo e semplicemente un problema di intolleranza nei confronti delle minoranze cristiane, è qualcosa di ben diverso e più ampio: numerosi, infatti, sono i casi di atei e non credenti perseguitati in nome del loro rifiuto della religione, come osserva l’UAAR in questa nota.

Il problema, insomma, riguarda tanto credenti quanto non credenti nella stessa misura, e ciò che è necessario rivendicare, in queste circostanze, è il diritto di ciascuno a credere, o a non credere, in ciò che ritiene più giusto. Che molti Paesi islamici non brillino per apertura mentale e tolleranza è cosa nota: ma come possiamo accettare che, ancora oggi, una persona venga condannata a morte perché si rifiuta di credere in Allah?

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