Consiglio d’Europa: in Italia aborto è corsa a ostacoli

Le donne italiane vedono spesso violati i propri diritti riproduttivi a causa delle grosse difficoltà che incontrano nella ricerca di strutture e personale medico che possano praticare interruzioni di gravidanza in condizioni sicure.

Quest’affermazione non è soltanto un fatto noto a chiunque si sia almeno una volta interessato ai dati sulle interruzioni di gravidanza e le percentuali di medici obiettori nelle varie regioni d’Italia, ma anche una presa di posizione ufficiale del Consiglio d’Europa (wikipedia: “il consiglio d’Europa è un’organizzazione internazionale il cui scopo è promuovere la democrazia, i diritti dell’uomo, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni ai problemi sociali in Europa. Fu fondato il 5 maggio 1949 e conta oggi 47 stati membri”), approvata ad ottobre ma resa nota soltanto ieri.

Il consiglio ha accolto il ricorso della CGIL, che sosteneva che la crescita del fenomeno dell’obiezione di coscienza fra i medici ha reso estremamente difficile il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. Secondo il consiglio d’Europa, questo fatto può comportare grossi rischi per la salute e il benessere delle donne coinvolte in tali situazioni, spingendole a ricorrere a strutture private, a recarsi all’estero o a praticare l’aborto in clandestinità.

“Una sentenza importante – commenta il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – perché ribadisce l’obbligo della corretta applicazione della legge 194, che non può restare soltanto sulla carta. Il sistema sanitario nazionale deve poter garantire un servizio medico uniforme su tutto il territorio nazionale, evitando che la legittima richiesta della donna rischi di essere inascoltata. Questa decisione del Consiglio d’Europa riconferma che lo Stato deve essere garante del diritto all’interruzione di gravidanza libero e gratuito affinché le donne possano scegliere liberamente di diventare madri e senza discriminazioni, a seconda delle condizioni personali di ognuna”.

La ministra della salute Beatrice Lorenzin, esponente di Nuovo Centrodestra storicamente vicina a Comunione e Liberazione, ha cercato di replicare dicendo che i dati su cui si basa la sentenza sarebbero vecchi perché riferiti al 2013, e che nel frattempo il ministero ha cambiato i metodi di misurazione del fenomeno (come se cambiare indice di riferimento cambiasse di conseguenza la realtà). Affermazioni che a noi sembrano balle grosse come una casa, se consideriamo (come abbiamo evidenziato qui meno di un mese fa) che la percentuale di ginecologi obiettori è letteralmente esplosa nell’ultimo decennio, passando dal 58% del 2005 al 70% del 2013. Non sorprende, quindi, la pronuncia del consiglio d’Europa, mentre ci lascia estremamente perplessi l’arrampicata sugli specchi di un ministro clericale (e senza alcun titolo per fare il ministro della Salute…) che non ha evidentemente nessuna intenzione di darsi da fare per porre rimedio alla situazione.

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