Trivelle si, trivelle no? Un punto di vista laico sul referendum di domenica

Questa domenica, come molti di voi già sapranno, avrà luogo un referendum che chiede l’abrogazione del rinnovo perpetuo delle concessioni di trivellazione marittime entro 12 miglia dalla costa italiana (introdotto dal decreto legge n. 152 del 2006).

Votando SI l’elettore può esprimere la volontà di cancellare la norma che concede alle compagnie petrolifere di continuare a estrarre petrolio e gas dai giacimenti (entro 12 miglia dalla costa) per un periodo di tempo illimitato dopo la scadenza della concessione di estrazione di cui sono in possesso, mentre votando NO si esprime per il mantenimento di questa norma.

Nelle ultime settimane è emerso un  ampio dibattito su questo referendum, in cui accanto alle argomentazioni di chi invita a votare SI o a votare NO è emersa anche la posizione di chi invita i cittadini a non andare a votare.

Ritengo che non sia compito di questo blog dedicato alla laicità schierarsi a favore dell’una o dell’altra scelta di voto. Tuttavia, penso sia importante ricordare che i laici italiani hanno spesso portato avanti importanti battaglie di civiltà attraverso lo strumento dei referenda, come:

  • il referendum sul divorzio del 1974;
  • i referendum sull’interruzione volontaria di gravidanza (aborto) del 1981;
  • i referendum sulla procreazione assistita del 2005.

I referenda sul divorzio e sull’aborto videro una partecipazione massiccia dei cittadini, pari all’88% e al 79% degli aventi diritto al voto. Parliamo di una quarantina di anni fa – nel mezzo della Prima Repubblica – quando a nessuno, probabilmente, sarebbe venuto in mente di invitare i cittadini a NON votare, invece che a votare.

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I tempi però cambiano, si sa: e così, mentre quasi tutti i referendum promossi durante la Prima Repubblica raggiunsero il quorum del 50% dei votanti, la Seconda Repubblica ha visto fallire quasi tutti i referendum (esclusi quelli del 2011 su legittimo impedimento, acqua pubblica e nucleare) per mancato raggiungimento del quorum.

Il referendum del 2005 sulla procreazione assistita non fece eccezione a questa regola: la chiesa e i politici cattolici si sottrassero al confronto delle urne, che temevano potesse bocciare una delle leggi più conservatrici e retrograde d’Europa sul tema, invitando i cittadini a non andare a votare. E così il referendum fu dichiarato invalido, in quanto a votare andò solo il 26% degli aventi diritto (la gran parte dei quali votò a favore del referendum).

Dalla parte di Alice a quel tempo non esisteva ancora, ma ricordo bene quanto chi si batteva per il si criticò la chiesa e i parlamentari cattolici per il ricorso all’astuzia dell’astensione ai fini di conservare lo status quo.

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Essendo l’unico vero (peraltro limitato) strumento di democrazia diretta previsto dalla nostra Costituzione, i referenda hanno costituito per buona parte della storia repubblicana uno strumento con cui portare avanti con successo istanze ignorate dalla politica.  E forse è stata proprio la constatazione del loro successo, a generare il fenomeno di boicottaggio dei seggi da parte di chi è contrario.

Il quorum previsto per i referendum consente infatti a chi è contrario due possibilità: la prima è quella, naturale, di confrontare il peso di favorevoli e contrari con il voto. Un confronto pubblico e trasparente, dove due opinioni diverse si confrontano e infine si pesano. La seconda, invece, è quella di sfruttare il fatto che raggiungere il quorum (50% dei votanti) non è facile, se – considerato che in qualunque consultazione elettorale circa un quarto degli elettori non va comunque a votare – si spingono i contrari a non votare. Si crea così un vantaggio improprio per i contrari, che hanno spesso gioco facile nell’invalidare i referenda, mentre chi li promuove si trova di fronte all’impresa impossibile di raggiungere il quorum.

Il referendum, oggi, è come un giocattolo che si è rotto. Sabotarlo, in fondo, è stato fin troppo facile: è bastato unire la pigrizia all’astuzia, ed il gioco è fatto.

Ed è un peccato, perché i referendum sono l’unica occasione in cui il popolo italiano è chiamato alle urne per esprimere il proprio pensiero su un problema, piuttosto che per eleggere dei rappresentanti.

Non andare a votare, ahimé, contribuisce a questo sabotaggio, alimentando una spirale potenzialmente senza fine: perché è chiaro che finché la strategia del boicottaggio funziona, essa verrà riproposta – mutatis mutandis – anche all’occasione successiva. Precludendo così in partenza una futura opportunità di cambiamento, a cui potremmo essere favorevoli, anche se questa volta siamo contrari (e per questo ci fa comodo l’astensionismo).

Sulla base di queste considerazioni, l’invito che mi sento di rivolgere ai miei lettori è il seguente: quale che sia la vostra opinione sul referendum, domenica andate a votare. Se siete favorevoli votate SI, se siete contrari votate NO, e se siete indecisi votate scheda bianca o annullate la scheda. Non restate a casa: perché se lo fate, finirete per contribuire inconsapevolmente (e forse vostro malgrado) al progressivo depotenziamento dei referenda. Che, in ultima analisi, sono l’unico strumento con cui il popolo italiano può cancellare una legge che ritiene ingiusta: possibile che ci convenga rinunciarvi?

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