Chiese riaperte il 18 maggio: la vittoria della lobby dei vescovi è uno schiaffo a commercianti, imprenditori, ristoratori e lavoratori

Tanto tuonò che piovve. Dopo la polemica (assurda e irresponsabile) scatenata dalla lobby dei vescovi all’indomani dell’annuncio dell’inizio della cosiddetta “fase 2”, che ragionevolmente non prevedeva la riapertura delle chiese dal 4 maggio, è di ieri la notizia che il governo e la CEI hanno firmato un “protocollo d’intesa” per tornare a celebrare le messe in chiesa a partire dal 18 maggio.

La notizia è un vero e proprio schiaffo nei confronti di coloro che dovranno attendere invece l’inizio giugno per poter riaprire bar, ristoranti, negozi o aziende. È difficile infatti capire come la celebrazione pubblica delle messe possa avere priorità rispetto alla riapertura di attività economiche che hanno subito perdite ingenti in questi mesi, e che in molti casi si troveranno quest’anno a dover fare i conti con numerosi licenziamenti e il rischio di fallimento: non si capisce come le necessità di molti imprenditori e lavoratori che dipendono da attività economiche chiuse fino a giugno possano venire dopo rispetto al bisogno della lobby dei vescovi di celebrare con riti di massa (anziché con una ben più responsabile messa trasmessa via radio, tv o internet) il loro amico immaginario.

E non solo: a dover aspettare mentre le chiese riaprono saranno anche scuole, biblioteche, teatri, cinema e centri socioculturali, come fa giustamente notare Roberto Grendene, segretario dell’Unione Atei, Agnostici e Razionalisti (UAAR): «Ancora una volta la politica si mostra debole nei confronti delle richieste di corsie preferenziali che pervengono dalla Chiesa. Così il governo ha dato priorità alle riunioni di tipo religioso mentre altri tipi di riunioni continuano a essere vietate (teatro, presentazioni di libri, incontri in centri socio culturali, cinema, lo stesso diritto all’istruzione nella scuola pubblica). Di fatto, su pressione dei vescovi, il governo ha attuato un regime speciale per le riunioni a carattere religioso, regime speciale proibito dalla sentenza n. 45/1957 della Corte costituzionale. La libertà di riunione non deve consentire privilegi per qualcuno e divieti per altri. Nemmeno se questo qualcuno si ritiene il rappresentante di Dio in terra».

Come questo possa avvenire, però, è fin troppo chiaro: il tentativo del governo di procedere a una riapertura graduale del Paese si è ahimé scontrato con la reazione furiosa della lobby dei vescovi. I quali in questo modo hanno fatto capire al governo che o faceva come chiedevano, o la Conferenza Episcopale gli avrebbe scatenato contro l’inferno. E così, suo malgrado, ancora una volta il governo italiano si è dovuto piegare ai desiderata degli alti prelati, che per l’ennesima volta non hanno perso l’occasione per poter fare sfoggio della propria influenza.

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