8 per 1000: in calo la quota di Italiani che scelgono di destinarlo

Forse non tutti sanno che meno della metà degli Italiani sceglie, nella propria dichiarazione dei redditi, di destinare l’8 per 1000 allo Stato Italiano o a una confessione religiosa. E, probabilmente, pochi fra quanti scelgono di non destinarlo sanno che, a causa di un meccanismo di ripartizione a dir poco truffaldino, anche i loro soldi vengono comunque ripartiti tra Stato e religioni, in proporzione alle scelte espresse dai contribuenti. Con il risultato che, in pratica, la maggior parte (circa l’80%) dei soldi che i contribuenti scelgono di non destinare finiscono direttamente nelle casse della chiesa cattolica.

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Dopo aver toccato il minimo storico – 37.3% – nel 1998 (o nel 1999, se consideriamo l’anno in cui la dichiarazione viene presentata anziché quello in cui i redditi vengono prodotti), la quota di contribuenti che sceglie di destinare l’8 per 1000 è progressivamente cresciuta fino al 46.2% del 2012. Questa crescita si è però arrestata negli ultimi 3 anni, durante i quali la percentuale di scelte espresse è calata fino al 42.8% (2015). In pratica, oltre la metà – il 57.2% – degli Italiani sceglie di non destinare il proprio 8 per 1000, che in questo modo andrà quasi totalmente alla chiesa cattolica.

Nella ripartizione dei fondi dell’8 per 1000 del 2015, la fetta principale è andata come sempre alla chiesa cattolica, che si è aggiudicata l’80% della torta – ovvero, circa 1 miliardo di euro. A dividersi il restante 20% sono stati lo Stato (14.5%), la chiesa valdese e metodista (3%), l’unione buddista (1%) e molte altre chiese (evangelica, ortodossa, avventista…) e comunità (ebraica e induista), che si sono aggiudicate piccole porzioni del rimanente 1.5%.

PS: a questa pagina potete trovare un elenco degli articoli sull’8 per 1000. Molti di questi sono un po’ datati, tornate a visitarci nelle prossime settimane per i dati aggiornati!

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Da giugno 2018, le donne potranno guidar auto in tutto il mondo (anche in Arabia)

L’Arabia Saudita è attualmente l’unico Paese del mondo a proibire alle donne di guidare un’auto. Con il risultato che una donna che abbia bisogno di muoversi da un posto all’altro e non possa ricorrere al trasporto pubblico deve ricorrere a un amico o parente che la trasporti, oppure pagare un autista professionista.

Le cose cambieranno, però, a partire da giugno 2018, quando entrerà in vigore il decreto, firmato oggi dal re dell’Arabia Saudita, che abolirà il divieto per le donne di guidare. Tra le motivazioni ufficiali di questa decisione, il desiderio di migliorare l’immagine dell’Arabia all’estero e l’osservazione che, ad oggi, molte donne sono costrette ad assumere un autista per potersi recare al lavoro – un costo non indifferente. Con la rimozione del divieto, i sauditi sperano di incoraggiare la partecipazione femminile nel mondo del lavoro.

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Le proteste di alcune donne contro questo divieto cominciarono nel 1990; ci sono voluti 28 anni perché portassero frutto. Le donne che hanno osato sfidare il divieto sono finite in carcere e, in alcuni casi, hanno perso il lavoro, si sono trovate contro la propria famiglia e hanno dovuto emigrare.

Ecco alcune delle motivazioni addotte in passato da alcuni religiosi musulmani, il cui peso è notevole nel governo della teocrazia saudita, per cui alle donne si dovrebbe proibire di guidare:

  1. perché gli autisti uomini non saprebbero come gestire la presenza di auto con donne al volante;
  2. perché consentire alle donne di guidare porterebbe al collasso delle famiglie;
  3. perché guidare danneggerebbe l’utero.

Di fronte a un tale sfoggio congiunto di logica e scienza, è chiaro che anche un’inezia come quella di poter guidare un auto rappresenta in realtà un enorme passo in avanti per le donne saudite.

Approfondimenti:

 

Troppa grazia, San Gennà! La lezione del “fedele” Di Maio su miracoli ed identità

Hanno suscitato parecchio scalpore, le immagini che mostrano l’attuale vicepresidente della Camera e neocandidato alla Presidenza del Consiglio del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, prendere parte alle celebrazioni per la liquefazione del sangue di San Gennaro e baciare l’ampolla in cui, secondo la leggenda, sarebbe custodito il sangue del Santo che tornerebbe liquido tre volte all’anno.

M5S: Di Maio, che emozione bacio teca sangue San Gennaro

Ad una giornalista che domandava “Ci dica solo se si è emozionato, perché… In passato non l’abbiamo vista qui…”, Di Maio ha risposto: “No no… È la prima volta che vengo qui ed è una grandissima emozione, ma soprattutto è un grande momento legato alla nostra religione, di fede, ed io sono un fedele e quindi mi faceva veramente piacere esserci. L’ho vissuta anzitutto come fedele, poi come istituzione”.

A pochi sarà forse sfuggita la coincidenza tra la candidatura ufficiale di Di Maio alla presidenza del Consiglio e questa subitanea uscita pubblica, che appare come un chiaro tentativo di raccogliere facili consensi tra i tanti devoti che da secoli venerano un miracolo non riconosciuto dalla chiesa cattolica.

Questo sfoggio di devozione ha portato molti a farsi delle domande su un leader politico che potrebbe fra un anno governare l’Italia. In un momento storico in cui la superstizione e le pseudoscienze hanno guadagnato tanto terreno da creare un’incredibile emergenza nazionale in tema di prevenzione di malattie che si credevano debellate da decenni e di vaccini, viene infatti da chiedersi quanto sia opportuno incoraggiare la credenza in una leggenda medievale che nemmeno la chiesa cattolica, che pure avrebbe tutto l’interesse a farlo, ha mai riconosciuto.

Per non parlare, ovviamente, di come questa uscita ponga serie domande sull’atteggiamento che Di Maio e il Movimento 5 Stelle terrebbero, una volta al governo, nei confronti della chiesa cattolica e dei tanti privilegi di cui gode.

E, così, sul devoto Di Maio sono piovute le critiche. Il matematico Piergiorgio Odifreddi ha definito l’evento “uno spettacolo indegno”, osservando come, di fatto, Di Maio avrebbe baciato nient’altro che un barattolo di ketchup.

Il giornalista Massimo Gramellini, invece, ha scritto sul Corriere della Sera che “osservata dalla prospettiva di un elettore cinquestelle della prima ora, la mirabile scena è invece l’epilogo di un’illusione durata dieci anni. Dieci anni a sperare nella rivoluzione per ritrovarti alla fine rappresentato da un chierichetto“.

Critiche che, però, non sono andate giù a Di Maio, che ha replicato dicendo che “Per Gramellini la festa di San Gennaro è solo un momento per radunare i baciapile e quello che lui chiama “il popolino”. Gramellini non sa che quella è una festa sentitissima da tutti i napoletani e anche da moltissimi campani. E tra di loro ci sono anche io. Quella di San Gennaro non è solo una festa religiosa, è una festa di popolo che si continua a ripetere ogni anno da secoli. E’ la festa che ricorda che i miracoli possono succedere, che c’è sempre la speranza, che domani può essere un giorno migliore“.

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Insomma, Di Maio non ritratta, anzi: ci mette il carico da 11. Affermando che la superstizione popolare è in realtà un segno di speranza e di fede dei miracoli.

Al suo posto, in effetti, ai miracoli sarebbe difficile non crederci: nato nel 1986, il giovane Di Maio tentò la carriera universitaria iscrivendosi dapprima a ingegneria, poi a giurisprudenza – senza, però, mai riuscire a portare a termine i propri studi. La svolta avvenne nel 2013, quando Di Maio si candidò alle “parlamentarie” del Movimento 5 Stelle, ottenendo 189 voti e venendo così candidato alla Camera dei Deputati. Il successo elettorale del Movimento lo portò poi non solo ad essere eletto, ma a divenire addirittura vicepresidente della Camera. Pochi giorni fa, poi, è avvenuta la sua incoronazione a candidato premier del Movimento, in una competizione in cui Di Maio si è confrontato con 7 sconosciuti e, ovviamente, ha avuto vita facile.

Se vi capitasse una carriera politica simile, non credereste anche voi ai miracoli?

Tunisia, abolito divieto di matrimonio tra donne musulmane e uomini non musulmani

É stata una giornata storica per i diritti delle donne e degli uomini tunisini, quella di giovedì: l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo (ovvero il Parlamento) della Tunisia ha infatti abolito il divieto per un cittadino non musulmano di sposare una donna musulmana.

La legge, che era in vigore da 44 anni (1973), prevedeva che un uomo non musulmano non potesse sposare una donna musulmana, a meno che si convertisse all’Islam e provasse l’avvenuta conversione con un certificato di conversione. Nessuna restrizione, invece, era prevista per gli uomini musulmani.

Ricorderete forse che, verso la fine del 2010, le proteste contro il carovita e il suicidio di un ambulante tunisino che protestava contro i maltrattamenti subiti dalla polizia diedero vita alla Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia e, più in generale, alla Primavera Araba. Nel giro di pochi mesi caddero i decennali regimi di Ben Ali in Tunisia, di Gheddafi in Libia e di Mubarak in Egitto.

 

Nell’ottobre 2011 fu eletta l’assemblea costituente tunisina; vincitrice di queste elezioni fu la formazione politica islamica moderata Ennahda. Nel 2014 la nuova costituzione è entrata in vigore e si sono tenute le prime elezioni parlamentari. A vincere, questa volta, è stato il partito Nidaa Tounes, laico e guidato dall’attuale presidente tunisino Beji Essesbi.

Da allora, il parlamento tunisino sta lavorando alla rimozione delle discriminazioni contro le donne e contro i non musulmani, che costituiscono soltanto l’1% della popolazione tunisina.

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Fonti (in inglese):