Da giugno 2018, le donne potranno guidar auto in tutto il mondo (anche in Arabia)

L’Arabia Saudita è attualmente l’unico Paese del mondo a proibire alle donne di guidare un’auto. Con il risultato che una donna che abbia bisogno di muoversi da un posto all’altro e non possa ricorrere al trasporto pubblico deve ricorrere a un amico o parente che la trasporti, oppure pagare un autista professionista.

Le cose cambieranno, però, a partire da giugno 2018, quando entrerà in vigore il decreto, firmato oggi dal re dell’Arabia Saudita, che abolirà il divieto per le donne di guidare. Tra le motivazioni ufficiali di questa decisione, il desiderio di migliorare l’immagine dell’Arabia all’estero e l’osservazione che, ad oggi, molte donne sono costrette ad assumere un autista per potersi recare al lavoro – un costo non indifferente. Con la rimozione del divieto, i sauditi sperano di incoraggiare la partecipazione femminile nel mondo del lavoro.

women-protest

Le proteste di alcune donne contro questo divieto cominciarono nel 1990; ci sono voluti 28 anni perché portassero frutto. Le donne che hanno osato sfidare il divieto sono finite in carcere e, in alcuni casi, hanno perso il lavoro, si sono trovate contro la propria famiglia e hanno dovuto emigrare.

Ecco alcune delle motivazioni addotte in passato da alcuni religiosi musulmani, il cui peso è notevole nel governo della teocrazia saudita, per cui alle donne si dovrebbe proibire di guidare:

  1. perché gli autisti uomini non saprebbero come gestire la presenza di auto con donne al volante;
  2. perché consentire alle donne di guidare porterebbe al collasso delle famiglie;
  3. perché guidare danneggerebbe l’utero.

Di fronte a un tale sfoggio congiunto di logica e scienza, è chiaro che anche un’inezia come quella di poter guidare un auto rappresenta in realtà un enorme passo in avanti per le donne saudite.

Approfondimenti:

 

Annunci

Tunisia, abolito divieto di matrimonio tra donne musulmane e uomini non musulmani

É stata una giornata storica per i diritti delle donne e degli uomini tunisini, quella di giovedì: l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo (ovvero il Parlamento) della Tunisia ha infatti abolito il divieto per un cittadino non musulmano di sposare una donna musulmana.

La legge, che era in vigore da 44 anni (1973), prevedeva che un uomo non musulmano non potesse sposare una donna musulmana, a meno che si convertisse all’Islam e provasse l’avvenuta conversione con un certificato di conversione. Nessuna restrizione, invece, era prevista per gli uomini musulmani.

Ricorderete forse che, verso la fine del 2010, le proteste contro il carovita e il suicidio di un ambulante tunisino che protestava contro i maltrattamenti subiti dalla polizia diedero vita alla Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia e, più in generale, alla Primavera Araba. Nel giro di pochi mesi caddero i decennali regimi di Ben Ali in Tunisia, di Gheddafi in Libia e di Mubarak in Egitto.

 

Nell’ottobre 2011 fu eletta l’assemblea costituente tunisina; vincitrice di queste elezioni fu la formazione politica islamica moderata Ennahda. Nel 2014 la nuova costituzione è entrata in vigore e si sono tenute le prime elezioni parlamentari. A vincere, questa volta, è stato il partito Nidaa Tounes, laico e guidato dall’attuale presidente tunisino Beji Essesbi.

Da allora, il parlamento tunisino sta lavorando alla rimozione delle discriminazioni contro le donne e contro i non musulmani, che costituiscono soltanto l’1% della popolazione tunisina.

tunisia

Fonti (in inglese):

Myanmar: cosa c’è dietro la pulizia etnica della minoranza Rodhinga

Le Nazioni Unite stimano che, soltanto negli ultimi 10 giorni, 87mila profughi appartenenti alla minoranza etnica Rodhinga siano fuggiti dal Myanmar, un paese di 49 milioni di abitanti prevalentemente buddisti, e abbiano cercato rifugio nel confinante Bangladesh, la cui popolazione, in prevalenza musulmana, ammonta a circa 162 milioni.

myanmar-bangladesh

I Rodhinga sono una popolazione di religione musulmana che abita le zone costiere del Myanmar. La storia recente li vede vittime dell’oppressione del governo birmano, che dal 1982 non riconosce loro la cittadinanza birmana, ne restringe la libertà di movimento e la possibilità di avere figli.

Per il governo birmano, infatti, i Rodhinga sarebbero dei bengalesi musulmani senza diritto alla cittadinanza del Myanmar – e sono perciò considerati degli apolidi e degli ospiti indesiderati.

Sin dall’indipendenza di Bangladesh e Myanmar dall’impero britannico, negli anni Quaranta, movimenti separatisti sono stati attivi nell’area popolata dai Rodingha. Obiettivo di questi movimenti era la separazione dal Myanmar dello Stato di Rahkine, dove si concentra la popolazione Rodhinga, e la sua successiva annessione al Bangladesh.

Tali movimenti hanno spesso avuto natura militare, ed hanno provocato la forte repressione del governo birmano nei confronti dell’intera popolazione Rodhinga, fino agli attuali tentativi di sradicare i Rodhinga dal territorio del Myanmar e rimpiazzarli con altre etnie. Una vera e propria pulizia etnica che affonda le sue radici nel passato postcoloniale di Bangladesh e Myanmar, figlia di un odio che si alimenta di nazionalismo e intolleranza verso persone di etnie e religioni differenti.

Russia: blogger in carcere per aver giocato a Pokemon Go in una chiesa

Ruslan Sokolowsky, un 22enne russo, è stato arrestato lo scorso autunno per aver insultato la religione ortodossa giocando a Pokemon Go nella chiesa di Ognissanti di Yekaterinburg – città russa di 1,4 milioni di abitanti situata ad est dei monti Urali, a ridosso del confine tra Europa ed Asia. Al termine del processo aperto a suo carico, l’accusa ha chiesto una condanna pari a 3 anni e mezzo di carcere.

Nell’estate del 2016 il giovane russo si era infatti filmato mentre si aggirava a caccia di Pokemon all’interno della chiesa. Alla fine del video il ragazzo, apertamente ateo, si lanciava in un commento sarcastico: “Ma,  sapete, non sono riuscito a catturare il Pokemon più raro che si possa trovar in questo posto, Gesù. Si dice addirittura che nemmeno esista, per cui non sono particolarmente sorpreso”.

Lo scopo del video, pubblicato su YouTube, sarebbe stato quello di smentire la diceria che aggirarsi a caccia di Pokemon in una chiesa avrebbe potuto portare a conseguenze legali; evidentemente, l’incauto ragazzo si sbagliava di grosso.

Informate del video, lo scorso autunno le autorità russe hanno provveduto ad incarcerarlo con l’accusa di incitare all’odio religioso. L’accusa ne ha chiesto la condanna a 3 anni e mezzo di carcere. La sentenza verrà pronunciata oggi.

AGGIORNAMENTO (12/5/17): il processo ha confermato la condanna ai 3 anni e mezzo di carcere richiesti dall’accusa, con sospensione condizionale, e a 160 ore di lavori socialmente utili.

 

FONTI: EuronewsBBC.