Russia: blogger in carcere per aver giocato a Pokemon Go in una chiesa

Ruslan Sokolowsky, un 22enne russo, è stato arrestato lo scorso autunno per aver insultato la religione ortodossa giocando a Pokemon Go nella chiesa di Ognissanti di Yekaterinburg – città russa di 1,4 milioni di abitanti situata ad est dei monti Urali, a ridosso del confine tra Europa ed Asia. Al termine del processo aperto a suo carico, l’accusa ha chiesto una condanna pari a 3 anni e mezzo di carcere.

Nell’estate del 2016 il giovane russo si era infatti filmato mentre si aggirava a caccia di Pokemon all’interno della chiesa. Alla fine del video il ragazzo, apertamente ateo, si lanciava in un commento sarcastico: “Ma,  sapete, non sono riuscito a catturare il Pokemon più raro che si possa trovar in questo posto, Gesù. Si dice addirittura che nemmeno esista, per cui non sono particolarmente sorpreso”.

Lo scopo del video, pubblicato su YouTube, sarebbe stato quello di smentire la diceria che aggirarsi a caccia di Pokemon in una chiesa avrebbe potuto portare a conseguenze legali; evidentemente, l’incauto ragazzo si sbagliava di grosso.

Informate del video, lo scorso autunno le autorità russe hanno provveduto ad incarcerarlo con l’accusa di incitare all’odio religioso. L’accusa ne ha chiesto la condanna a 3 anni e mezzo di carcere. La sentenza verrà pronunciata oggi.

AGGIORNAMENTO (12/5/17): il processo ha confermato la condanna ai 3 anni e mezzo di carcere richiesti dall’accusa, con sospensione condizionale, e a 160 ore di lavori socialmente utili.

 

FONTI: EuronewsBBC.

Italia-Iran: storia di pasticcio tutto all’italiana

Tutto ebbe inizio, due settimane fa, con la visita in Iran della governatrice del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani. La vicepresidente PD, infatti, scelse di mostrarsi in pubblico indossando l’hijab, un velo che copre i capelli ma lascia scoperto il viso delle donne.

In quell’occasione, racconta Il Friuli, Serracchiani fu criticata anche da membri PD. Qualcuno, però, fece notare che in Iran l’hijab è obbligatorio, e quindi la governatrice non avrebbe fatto altro che rispettare le imposizioni della legge iraniana.

Due settimane dopo, è giunto a Roma il presidente iraniano Hassan Rohani. Il quale, in visita di Stato, è stato ricevuto insieme alla delegazione diplomatica iraniana dal presidente della Repubblica Mattarella e dal presidente del Consiglio Renzi.

In tali occasioni, si sono tenuti cene e banchetti dai quali sono stati tassativamente banditi vino, carne di maiale e pure le strette di mano.  Non solo: in occasione della visita di Rohani ai Musei Capitolini, le statue raffiguranti dei nudi sono state nascoste dietro a pannelli che ne impedivano la vista.

WCENTER 0XQBCFWDDG Statue coperte ai Musei Capitoli in occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani, Roma, 25 gennaio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Ora, sappiamo tutti che la diplomazia internazionale richiede una buona dose di tatto, rispetto e ipocrisia. Eppure, in Francia nel novembre scorso le cose andarono in modo molto diverso: la delegazione iraniana, infatti, anche in quell’occasione chiese che fossero banditi maiale e vino dalla cena ufficiale in cui si sarebbero incontrati Rohani e il presidente della Repubblica francese Hollande. La risposta francese fu quella di annullare la cena, e i due leader politici convennero così di incontrarsi per due ore in circostanze che escludevano pasti di ogni genere.

La questione, in sostanza, è questa: se riteniamo corretto che la Serracchiani, in Iran, si sottometta alle usanze locali indossando il velo, come possiamo allo stesso momento accettare che quando Rohani viene a farci visita si debbano nascondere eccellenze italiane come i nostri vini, o le nostre opere d’arte?

Dei buoni rapporti diplomatici bilaterali dovrebbero fondarsi su una sana reciprocità, e sul reciproco rispetto. Le notizie di questi giorni, invece, danno ad intendere una certa subalternità dell’Italia nei confronti dell’Iran. Subalternità che appare peraltro ingiustificata, considerato che in questo preciso momento storico è l’Iran, tra i due, ad aver maggior bisogno di riallacciare i rapporti.

Sia chiaro: qui non si vuole sostenere che si dovesse offrire del vino a Rohani, o ingozzarlo con il crudo di Parma. Da qui ad accettare, però, che il leader politico di uno stato teocratico imponga che non ci debba essere una goccia di vino in tavola ad un ricevimento offerto dallo Stato Italiano, però, ce ne passa. Rohani dovrebbe essere in grado di capire che del cibo che è considerato inaccettabile nel suo Paese, in Italia non lo è; così come, se davvero vuole ammirare l’arte italiana, Rohani dovrebbe essere in grado di fare i conti con il fatto che lo studio dei corpi nudi fa parte della storia della nostra arte. C’è una differenza sostanziale tra quello che è il dovuto rispetto per una scelta culturale o personale, e la pretesa che questa scelta venga imposta a tutti.

I capi politici iraniani, evidentemente, hanno dei grossi problemi con i concetti di scelta e libertà personale. Principi, questi, che sono però alla base del pensiero occidentale moderno. La Francia, due mesi fa, decise che non era disposta a lasciar calpestare questi valori per due soldi, e rischiò di andare incontro a una possibile reazione negativa da parte dell’Iran. L’Italia, invece, ha scelto di fottersene dei propri principi, e di mettere in chiaro che pur di fare affari siamo disposti a sottoporci ai diktat della teocrazia iraniana.

Ma, in fondo, c’è poco da restare sorpresi, considerato che i nostri politici sono già abituati a sottomettersi ai desiderata della teocrazia vaticana. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio… No?

Arabia Saudita: poeta Ashraf Fayadh condannato a morte per apostasia

Il poeta e artista 35enne di origini palestinesi Ashraf Fayadh è stato condannato pochi giorni fa alla pena di morte in Arabia Saudita. La condanna a morte, secondo Human Rights Watch – citata dall’Independent – sarebbe dovuta al reato di apostasia.

L’uso del condizionale “sarebbe” è dovuto al fatto che il sistema giudiziario saudita, fondato sulla sharia (la legge religiosa islamica fondata sul Corano), è tutt’altro che trasparente: basti osservare che non solo Ashraf non ha avuto diritto a un avvocato, ma non sarebbe nemmeno stato interrogato dal giudice che ha emesso la condanna a morte. In un sistema del genere, perfino comprendere quali sono le accuse che vengono mosse in un processo risulta complicato.

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Arrestato e poi rilasciato dalla polizia religiosa saudita nel 2013, a seguito dell’accusa di incitare all’abbandono dell’Islam mossagli da un lettore, Ashraf fu rilasciato pochi giorni dopo e nuovamente riarrestato a inizio 2014. Una prima sentenza, nel maggio di quell’anno, lo condannò a 4 anni di prigione e 800 frustate. Pochi giorni fa è arrivata la notizia che la sentenza di appello lo condanna a morte.

Una sentenza vergognosa e inaccettabile, che viola in modo clamoroso i diritti umani di Ashraf – nonostante, per assurdo, l’ambasciatore saudita all’Onu sia presidente del comitato consultivo Onu che si occupa di diritto umani. Urge per questo una mobilitazione internazionale che cerchi di fermare la mano del boia. Così, nell’attesa che qualche governo occidentale trovi il coraggio di chiedere all’Arabia Saudita, con cui facciamo affari, di fermare l’esecuzione e di liberare Ashraf, invitiamo tutti i nostri lettori a sostenere la petizione “Save the palestinian poet and artist Ashraf Fayadh” (“salviamo il poeta e artista palestinese Ashraf Fayadh”) disponibile a questo indirizzo (clicca qui).

Se il Nord Europa si scopre anti-islamico

I Paesi della Scandinavia (Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca) e del Benelux (Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo) rappresentano da decenni l’avanguardia laica d’Europa. Primi per laicità dello Stato e tolleranza nei confronti del diverso e dello straniero, questi Paesi stanno però sperimentando negli ultimi anni la nascita e l’affermazione di partiti di estrema destra, apertamente anti-islamici (e spesso razzisti), che si propongono di arginare l’immigrazione e la diffusione dell’Islam in Europa.

Gli esempi più noti riguardano il partito dei “veri Finlandesi” in Finlandia e del Partij voor de Vrijheid (Partito per la Libertà) nei Paesi Bassi. Anche la Svezia, però, sembra non essere immune al fenomeno: è notizia di oggi un attentato a una moschea in una cittadina vicina a Stoccolma, mentre il dibattito politico a tre mesi dalle elezioni parlamentari sembra monopolizzato dal tema immigrazione, con un partito neonazista che potrebbe crescere dal 13 al 18%.

Fenomeni, questi, che se sommati al dibattito sul multiculturalismo in Inghilterra o agli scontri nella banlieu parigina di una decina di anni fa, non possono non porre degli interrogativi forti alla tradizione di tolleranza su cui si fonda l’Unione Europea. Il terrorismo internazionale di matrice islamica e la nascita dell’Isis devono spingerci a cambiare qualcosa nell’apertura dell’Europa al mondo? Ed è giusto che lo facciano? Quanto è lecito penalizzare dei migranti in base alla loro provenienza o appartenenza religiosa? E quanto è possibile essere tolleranti con gli intolleranti? Se manteniamo questa apertura, rischiamo che fra 50 anni l’Europa possa ritrovarsi “colonizzata”, divisa in gruppi etnici-religiosi, lacerata e meno tollerante?

Domande difficili, con risposte ancor più difficili, ma che è bene non trascurare. Non trovate?