Italia-Iran: storia di pasticcio tutto all’italiana

Tutto ebbe inizio, due settimane fa, con la visita in Iran della governatrice del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani. La vicepresidente PD, infatti, scelse di mostrarsi in pubblico indossando l’hijab, un velo che copre i capelli ma lascia scoperto il viso delle donne.

In quell’occasione, racconta Il Friuli, Serracchiani fu criticata anche da membri PD. Qualcuno, però, fece notare che in Iran l’hijab è obbligatorio, e quindi la governatrice non avrebbe fatto altro che rispettare le imposizioni della legge iraniana.

Due settimane dopo, è giunto a Roma il presidente iraniano Hassan Rohani. Il quale, in visita di Stato, è stato ricevuto insieme alla delegazione diplomatica iraniana dal presidente della Repubblica Mattarella e dal presidente del Consiglio Renzi.

In tali occasioni, si sono tenuti cene e banchetti dai quali sono stati tassativamente banditi vino, carne di maiale e pure le strette di mano.  Non solo: in occasione della visita di Rohani ai Musei Capitolini, le statue raffiguranti dei nudi sono state nascoste dietro a pannelli che ne impedivano la vista.

WCENTER 0XQBCFWDDG Statue coperte ai Musei Capitoli in occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani, Roma, 25 gennaio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Ora, sappiamo tutti che la diplomazia internazionale richiede una buona dose di tatto, rispetto e ipocrisia. Eppure, in Francia nel novembre scorso le cose andarono in modo molto diverso: la delegazione iraniana, infatti, anche in quell’occasione chiese che fossero banditi maiale e vino dalla cena ufficiale in cui si sarebbero incontrati Rohani e il presidente della Repubblica francese Hollande. La risposta francese fu quella di annullare la cena, e i due leader politici convennero così di incontrarsi per due ore in circostanze che escludevano pasti di ogni genere.

La questione, in sostanza, è questa: se riteniamo corretto che la Serracchiani, in Iran, si sottometta alle usanze locali indossando il velo, come possiamo allo stesso momento accettare che quando Rohani viene a farci visita si debbano nascondere eccellenze italiane come i nostri vini, o le nostre opere d’arte?

Dei buoni rapporti diplomatici bilaterali dovrebbero fondarsi su una sana reciprocità, e sul reciproco rispetto. Le notizie di questi giorni, invece, danno ad intendere una certa subalternità dell’Italia nei confronti dell’Iran. Subalternità che appare peraltro ingiustificata, considerato che in questo preciso momento storico è l’Iran, tra i due, ad aver maggior bisogno di riallacciare i rapporti.

Sia chiaro: qui non si vuole sostenere che si dovesse offrire del vino a Rohani, o ingozzarlo con il crudo di Parma. Da qui ad accettare, però, che il leader politico di uno stato teocratico imponga che non ci debba essere una goccia di vino in tavola ad un ricevimento offerto dallo Stato Italiano, però, ce ne passa. Rohani dovrebbe essere in grado di capire che del cibo che è considerato inaccettabile nel suo Paese, in Italia non lo è; così come, se davvero vuole ammirare l’arte italiana, Rohani dovrebbe essere in grado di fare i conti con il fatto che lo studio dei corpi nudi fa parte della storia della nostra arte. C’è una differenza sostanziale tra quello che è il dovuto rispetto per una scelta culturale o personale, e la pretesa che questa scelta venga imposta a tutti.

I capi politici iraniani, evidentemente, hanno dei grossi problemi con i concetti di scelta e libertà personale. Principi, questi, che sono però alla base del pensiero occidentale moderno. La Francia, due mesi fa, decise che non era disposta a lasciar calpestare questi valori per due soldi, e rischiò di andare incontro a una possibile reazione negativa da parte dell’Iran. L’Italia, invece, ha scelto di fottersene dei propri principi, e di mettere in chiaro che pur di fare affari siamo disposti a sottoporci ai diktat della teocrazia iraniana.

Ma, in fondo, c’è poco da restare sorpresi, considerato che i nostri politici sono già abituati a sottomettersi ai desiderata della teocrazia vaticana. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio… No?

Annunci

Papa Benedetto: e se si fosse dimesso per una questione di soldi? Ecco cosa emerge dai dati dell’8×1000

“A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”, soleva dire un politico navigato come Giulio Andreotti. Sapeva bene, infatti, che spesso a motivare le nostre azioni non sono dei nobili fini idealistici, quanto piuttosto i nostri istinti più materiali. E, a giudicare dai dati che fra poco vi presenteremo, pensare male in questo caso viene abbastanza facile.

Con la notizia diffusa ieri sulla percentuale di scelte espresse dai contribuenti a favore della chiesa cattolica con l’otto per mille nel 2012, abbiamo finalmente a disposizione tutti i dati che coincidono con il pontificato di papa Benedetto. E, se andiamo a osservare l’andamento storico di questa percentuale, emerge un dato piuttosto evidente: un crollo inarrestabile, iniziato nel 2006.

woitilavsratzingerOra, il 2006 non è un anno casuale. Perché Joseph Ratzinger fu eletto papa il 19 aprile 2005: se quindi il 2005 è un anno segnato dalla presenza di due papi (e viene quindi difficile “attribuirlo” all’uno o all’altro), il periodo 2006-2012 è l’insieme degli anni che ricadono interamente sotto il pontificato di papa Benedetto XVI.

Come si può osservare dal grafico, se nel periodo precedente (2000-2005) la percentuale dell’8×1000 incassata dalla chiesa si era aggirata intorno all’88% del totale, nei 7 anni successivi questa percentuale si è progressivamente ridotta, dall’86% del 2006 fino all’80% del 2012, aggirandosi mediamente intorno all’83%. Il che significa una perdita media di 5 punti percentuali di gettito. Tradotto in euro, ciò equivale a una perdita di getto pari a circa 50-55 milioni di € all’anno e 350-385 milioni nel periodo 2006-2013.

Una perdita non indifferente, che difficilmente sarà sfuggita a chi ha il compito di governare la chiesa. Una perdita che incide direttamente sulla gestione delle parrocchie, considerando che la chiesa cattolica usa l’80% delle entrate dell’8×1000 per “esigenze di culto” e “sostentamento del clero” (destinando solo il 20% delle risorse a interventi caritativi, nonostante le martellanti campagne pubblicitarie cerchino di convincerci del contrario).

Viene allora da domandarsi quale possa essere stato il reale motivo che spinse papa Ratzinger a un gesto clamoroso come quello di dimettersi da papa: la debolezza dovuta all’età avanzata, come annunciato pubblicamente, oppure…

corrieredimissioni

Oppure, la constatazione del calo di popolarità della chiesa cattolica sotto il suo pontificato: una crisi di consenso che sembra essersi tradotta non solo in una accresciuta difficoltà di influenzare le scelte politiche in diversi Paesi, ma anche nelle scelte dei contribuenti italiani (e non solo) di affidare il proprio 8×1000 alla chiesa cattolica.

Un arretramento politico, culturale ed economico che forse bisognava cercare di arrestare. Quale soluzione migliore, dunque, se non rimuovere un papa impopolare, rimpiazzandolo con un comunicatore nato?

Viene anche il dubbio, se permettete, che queste dimissioni siano state volontarie. Senza voler dar adito a indimostrabili teorie del complotto, ci si lasci insinuare il dubbio che, forse, qualche cardinale meno attento di Ratzinger alla teologia, e più interessato al potere politico ed economico della chiesa, possa aver convinto l’allora papa Benedetto a farsi da parte e ritirarsi a vita privata…

Sindone: a Torino si celebra un falso storico… spendendo soldi pubblici

1 milione e 700 mila euro. Questa la cifra messa a bilancio da Regione Piemonte, Comune e Provincia di Torino per gestire l’ostensione della Sindone di Torino, il sudario in cui molti cattolici credono che sia stato deposto il corpo di Gesù.

Secondo l’esame condotto con il metodo del Carbonio 14 (il metodo più affidabile a disposizione per datare reperti storici, il cui inventore ricevette per l’invenzione di questo metodo il premio Nobel) la Sindone sarebbe un falso storico realizzato tra il 1260 e il 1390 d.C. Circa 1300 anni, cioè, dopo la presunta morte di Cristo.

L’autenticità della Sindone, comunque, rimane controversa: e non potrebbe essere altrimenti, considerata la scarsa propensione dei credenti a preferire l’evidenza empirica alle proprie intime convinzioni.

Quel che qui ci preme evidenziare, tuttavia, non è il fatto che la Sindone sia molto probabilmente un fatto storico. Ma, piuttosto, che le istituzioni italiane spendano milioni di euro per incoraggiare i cittadini a credere in un fatto storico.

I costi pubblici della chiesa, ovvero quelli che tutti sosteniamo (anche senza essere credenti!) attraverso lo Stato italiano per finanziare la chiesa cattolica, sono già di per sé esorbitanti e insopportabili, considerati la crisi economica e il cattivo stato delle finanze pubbliche. Come è possibile che, ciononostante, gli enti locali piemontesi si siano così entusiasticamente lanciati nel sostegno a un’ostensione che incoraggia la superstizione e insegna a ignorare quel che ci dice la scienza?

sindone

A proposito di autenticità della Sindone: ecco qui un interessante articolo di Wired.

Siamo tutti Charlie con la religione degli altri

“Je suis Charlie”. Già, siamo tutti Charlie. Questo, perlomeno, è quello che ci siamo raccontati tutti (anche qui, su questo blog) un paio di mesi fa, indignati per la strage di Parigi in cui hanno trovato la morte giornalisti e redattori del giornale satirico parigino.

Ci siamo raccontati, in quei giorni, che la libertà di espressione e di satira non deve subire limitazioni, anche quando può urtare le sensibilità di qualcuno (e che satira sarebbe, se non lo facesse?). Che questo diritto all’irriverenza include la religione e che in uno Stato libero la blasfemia non può essere considerata reato.

Eppure, a leggere le cronache bolognesi pare che molti di noi tutto ciò se lo siano già scordato. Succede infatti che al Cassero, storico punto di ritrovo della comunità gay bolognese, si sia tenuta una serata volutamente irriverente, nella quale si è parlato di sbattezzo e ci si è presi gioco della religione – con riferimenti sessuali che certo non possono che urtare i credenti in una chiesa sessuofoba e omofoba quale è la chiesa cattolica.

Apriti cielo: quasi tutti i principali partiti italiani – Forza Italia, Nuovo Centrodestra, Lega Nord ma anche (forse sorprendentemente o forse no) Movimento 5 Stelle e Partito Democratico – si indignano e gridano allo scandalo per mezzo dei loro rappresentanti locali.

Come se, improvvisamente, ci fossimo dimenticati di tutte le belle parole che ci siamo detti all’indomani degli attentati di Charlie Hebdo. Ma si sa: in quel caso, si trattava di satira su Maometto, di cui in fondo ci importa ben poco. Anzi, è probabile che in molti abbia destato un recondito piacere il fatto che si facesse satira su una divinità diversa dalla propria.

Guai però a toccare Gesù e il cristianesimo. Questo no e poi no. Vergognoso, inqualificabile: inaccettabile!

Per parafrasare un noto modo di dire: facile fare gli Charlie con la religione degli altri.

charlie_hebdo