Matrimoni: nel 2018 il rito civile ha sorpassato quello religioso

Nel novembre 2013, su questo blog, avevamo dato rilievo alla notizia che nel 2012 i matrimoni civili avevano raggiunto il 40% del totale. Oggi, a sei anni di distanza, Istat ha pubblicato i dati che fanno riferimento ai matrimoni celebrati nel 2018. Ed il dato più eclatante è questo: nel 2018 il numero di matrimoni civili ha superato quello dei matrimoni religiosi.

Che prima o poi questo sorpasso si sarebbe verificato, d’altra parte, lo si poteva facilmente prevedere (come già dicemmo nel 2013) andando a osservare l’evoluzione nel tempo delle percentuali di matrimoni celebrati con rito civile e religioso:La percentuale di matrimoni religiosi celebrati in Italia ammontava, nel lontano 1948, al 98% del totale. Percentuale mantenutasi pressoché invariata per oltre 20 anni. Il primo calo si verificò nel 1972, anno in cui i matrimoni religiosi passarono dal 96% del 1971 al 92%. Un brusco calo, questo, che probabilmente si spiega con l’approvazione, avvenuta a fine 1970, della legge sul divorzio.

Da allora, i matrimoni religiosi hanno seguito un inesorabile declino: 88% nel 1980, 83% nel 1990, e poi 75% nel 2000 e 64% nel 2010. I dati pubblicati oggi da Istat dicono che nel 2018 i matrimoni civili hanno toccato quota 50,1%, superando per la prima volta i matrimoni religiosi (49,9%).

8 per 1000: si arresta l’avanzata della chiesa valdese

Lenta ma inesorabile, la crescita della quota di Italiani che scelgono di destinare il proprio 8 per 1000 alla chiesa valdese è stata uno degli aspetti più interessanti della ripartizione dei fondi dell’8 per 1000 del decennio scorso.

Nonostante conti soltanto 30000 fedeli circa in tutta Italia, l’Unione delle chiese metodiste e valdesi era riuscita a ottenere nel 2000 l’1.3% delle scelte dei contribuenti, quota poi cresciuta all’1.8% nel 2005 e che ha toccato quota 3.2% nel 2010.

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La crescita dello scorso decennio, che ha più che raddoppiato (quasi triplicato) la percentuale di destinazioni dell’8 per 1000 ai valdesi, si è però fermata a partire dal 2011: da allora, come potete notare, ha subito una progressiva (piccola) flessione (che ha portato la quota al 2.6% nel 2014), riprendendosi leggermente nel 2015 – anno in cui si è attestata al 3%.

Forse vi starete chiedendo come possa una chiesa tanto piccola raccogliere tante firme a proprio favore. Il motivo principale è forse il fatto che per anni molti atei e agnostici, consci del fatto che se non avessero scelto di destinare il proprio 8 per 1000 avrebbero finito per accrescere il gettito della chiesa cattolica, hanno preferito destinare il proprio 8 per 1000 all’Unione delle chiese metodiste e valdesi, che investono i fondi ricevuti in iniziative sociali, socio-sanitarie, culturali e formative.

Un’altra domanda che sorge spontanea porsi è quali siano i motivi che hanno portato alla fine della crescita registrata nel primo decennio del secolo. Difficile dirlo, ma ci sembra ragionevole ipotizzare che una delle ragioni sia la scelta dello Stato Italiano – che è l’unico beneficiario 8 per 1000 a non essere una confessione religiosa – di tornar a destinare il gettito dell’8 per 1000 ricevuto a favore della tutela dei beni culturali e di interventi in aree colpite da calamità naturali, dopo anni in cui i fondi venivano decurtati per esigenze di bilancio. Una scelta, questa, che potrebbe aver spinto alcuni dei non credenti che in passato destinavano il proprio 8 per 1000 alla chiesa valdese a dirottare la propria scelta verso lo Stato Italiano.

PS: a questa pagina potete trovare l’elenco aggiornato degli articoli sull’8 per 1000 pubblicati finora su Dalla parte di Alice. Alcuni sono un po’ datati – tornate a visitarci nelle prossime settimane per i dati aggiornati!

8 per 1000: in calo la quota di Italiani che scelgono di destinarlo

Forse non tutti sanno che meno della metà degli Italiani sceglie, nella propria dichiarazione dei redditi, di destinare l’8 per 1000 allo Stato Italiano o a una confessione religiosa. E, probabilmente, pochi fra quanti scelgono di non destinarlo sanno che, a causa di un meccanismo di ripartizione a dir poco truffaldino, anche i loro soldi vengono comunque ripartiti tra Stato e religioni, in proporzione alle scelte espresse dai contribuenti. Con il risultato che, in pratica, la maggior parte (circa l’80%) dei soldi che i contribuenti scelgono di non destinare finiscono direttamente nelle casse della chiesa cattolica.

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Dopo aver toccato il minimo storico – 37.3% – nel 1998 (o nel 1999, se consideriamo l’anno in cui la dichiarazione viene presentata anziché quello in cui i redditi vengono prodotti), la quota di contribuenti che sceglie di destinare l’8 per 1000 è progressivamente cresciuta fino al 46.2% del 2012. Questa crescita si è però arrestata negli ultimi 3 anni, durante i quali la percentuale di scelte espresse è calata fino al 42.8% (2015). In pratica, oltre la metà – il 57.2% – degli Italiani sceglie di non destinare il proprio 8 per 1000, che in questo modo andrà quasi totalmente alla chiesa cattolica.

Nella ripartizione dei fondi dell’8 per 1000 del 2015, la fetta principale è andata come sempre alla chiesa cattolica, che si è aggiudicata l’80% della torta – ovvero, circa 1 miliardo di euro. A dividersi il restante 20% sono stati lo Stato (14.5%), la chiesa valdese e metodista (3%), l’unione buddista (1%) e molte altre chiese (evangelica, ortodossa, avventista…) e comunità (ebraica e induista), che si sono aggiudicate piccole porzioni del rimanente 1.5%.

PS: a questa pagina potete trovare un elenco degli articoli sull’8 per 1000. Molti di questi sono un po’ datati, tornate a visitarci nelle prossime settimane per i dati aggiornati!

Interruzioni di gravidanza: in Italia una delle percentuali più basse d’Europa

Qualche mese fa vi abbiamo raccontato di come dal 1980 ad oggi il tasso di abortività in Italia si sia dimezzato, e di come il fenomeno dell’obiezione di coscienza stia rendendo sempre più difficile richiedere un’IVG (interruzione volontaria di gravidanza) in molte zone d’Italia, ed in particolare al Sud.

Oggi ampliamo il nostro sguardo al resto d’Europa, confrontando la percentuale di IVG sul totale delle gravidanze nei maggiori paesi europei. La fonte di cui ci avvaliamo è il Johnston Archive, che raccoglie dati sugli aborti in tutto il mondo.

Nel 2013, ultimo anno per il quale disponiamo dei dati per tutti i Paesi qui considerati, la percentuale di IVG presentava una grande variabilità, andando da un minimo del 13.1% in Germania, al 31% in Romania. L’Italia, con il suo 16.7%, è il terzo Paese con il minor numero di IVG tra i 9 considerati:

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Va detto che la situazione all’inizio del millennio si presentava parecchio diversa: la variabilità del fenomeno era ancor più accentuata, con un minimo dell’11.6% nei Paesi Bassi e un massimo del 53% in Ucraina e del 52.4% in Romania. Da allora, molto è cambiato: le IVG sono diminuite considerevolmente in Ucraina (-30%) e Romania (-21%), aumentando invece del 6% in Spagna. In Italia, le IVG sono diminuite del 2.7%, passando dal 19.4% del 2000 al 16.7% del 2013.

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Quali siano le ragioni di questo calo, è difficile dirlo. Forse vi è una maggior consapevolezza e attenzione nella prevenzione di gravidanze indesiderate, o forse è semplicemente diventato troppo difficile ricorrere all’IVG. Forse entrambe. O chissà, forse ci sono altre spiegazioni. Voi che dite?

 

POST SCRIPTUM. Cerchi dei dati più aggiornati? Dai un’occhiata a questo post!