Indagine Istat: gli italiani? Meno omofobi di quanto si creda

Gli italiani sono più avanti dei politici che la governano: sembra essere questo il risultato sorprendente dell’Indagine Istat su “La popolazione omosessuale nella società italiana”.

L’omosessualità è un campo che ad oggi risulta poco sondato dalla statistica, vuoi perché ritenuto fino a non molti anni fa un tema “tabù” (basti ricordare le accuse di depravazione rivolte ad Alfred Kinsey per i suoi studi sulla sessualità negli anni 50) ma anche per l’effettiva difficoltà di creare le condizioni affinché gli intervistati dicano quello che effettivamente pensano.

Per questi motivi l’indagine Istat resa pubblica il 17 maggio, in occasione della giornata internazionale contro l’omofobia, stupisce per la cura e il dettaglio con cui approccia il tema: mai, in Italia, Istat si era spinto a indagare una questione così spinosa, e dalla lettura dei risultati viene da pensare che il dibattito politico non potrà non esserne influenzato.

Dalle analisi emerge come il 61% degli italiani ritiene che gli omosessuali siano discriminati, percentuale che cresce all’80%  quando si parla invece di transessuali; per tre quarti degli italiani l’omosessualità non è una malattia, non è immorale e non costituisce una minaccia per la famiglia.

Se il 94% degli intervistati ritiene accettabile che una coppia eterosessuale passeggi per strada tenendosi per mano e possa baciarsi in pubblico, tuttavia tale percentuale scende al 55% quando si parla di una coppia di donne e al 52% per le coppie di uomini. Una differenza notevole, che dà conto di come il senso comune abbia ancora molta strada da fare prima di arrivare alla sensibilità di altri paesi europei.

Il 66% è d’accordo con l’affermazione “Si può amare una persona dell’altro sesso oppure una dello stesso sesso: l’importante è amare” e il 59% degli italiani considera “accettabile” una relazione “affettiva e sessuale” di tipo omosessuale.

Un dato interessante è che il 63% degli italiani ritiene che sia giusto “che una coppia di omosessuali che convive, pur non sposandosi, possa avere per legge gli stessi diritti di una coppia sposata” e il 44% è favorevole anche al fatto che queste coppie possano sposarsi. Netta, invece, è la chiusura all’ipotesi delle adozioni.  Il clima sembra insomma maturo per l’introduzione di forme di unione civile aperte anche alle coppie gay, un po’ meno per dei veri e propri matrimoni. Si tratta di dati che risentono moltissimo della distribuzione per età e per area geografica, come si può vedere da questi grafici:

La spaccatura generazionale è evidente: le prime tre classi, corrispondenti alle fasce d’età dai 18 ai 55 anni, hanno percentuali simili, con il 67% di favorevoli alla parità di diritti delle coppie omosessuali e il 50% di favorevoli ai matrimoni omosessuali; completamente diverse sono le posizioni dei 55-64enni (56% e 34%) e dei 65-74enni (48 e 23%).

Il dato territoriale, inoltre, pone in evidenza una maggiore apertura nelle regioni del centro (72 e 53%) e un atteggiamento più ostile nelle regioni del sud e delle isole (51 e 34%):

L’identikit dell’omofobo che emerge da queste come da altre domande è quello di una persona anziana che vive al sud o nelle isole; ma c’è anche un altro tratto che influenza le opinioni in materia ed è, non sorprendentemente, il sesso.

In tutte le domande poste, infatti, le donne tendono a mostrare una maggiore apertura verso gli omosessuali, apertura che è leggermente inferiore fra gli uomini; ad esempio, solo il 56% degli uomini, contro il 63% delle donne, ritiene accettabile una relazione affettiva e sessuale di tipo omosessuale; analogamente, sono più accentuate fra gli uomini posizioni omofobe che tendono a considerare l’omosessualità una malattia (28 contro 23%), immorale (30 contro 24%) o come una minaccia per la famiglia (28 contro 23%).

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