Statistiche sull’aborto: in Italia una delle percentuali più basse d’Europa

Nonostante in Italia sia legale da oltre 40 anni (fu legalizzato tramite una legge, la famosa “194”, che fu approvata dal Parlamento nel 1978, e che fu poi confermata in due referendum popolari che nel 1981 cercarono senza successo di modificarla), l’aborto è un tema che torna puntualmente a suscitare polemiche, soprattutto per i frequenti tentativi di alcuni gruppi di estremisti religiosi di mettere in discussione il diritto delle donne all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Oggi, ad esempio, ha fatto discutere il fatto che un piccolo gruppo di manifestanti antiabortisti sia stato lasciato libero di tappezzare con i propri manifesti l’ingresso della clinica Mangiagalli di Milano.

Viene spontaneo chiedersi, di fronte a queste polemiche, se le istanze degli antiabortisti siano basate su motivazioni puramente ideologiche, oppure se siano motivate da un’improvvisa “emergenza aborti” dovuta ad un ricorso eccessivo all’IVG, o quantomeno ad una crescita spropositata delle IVG negli ultimi anni. Per sciogliere questo dubbio, oggi ci chiediamo: qual è la percentuale di IVG in Italia? È più alta o più bassa che negli altri Paesi europei? E ancora: la percentuale di aborti negli ultimi 15 anni è cresciuta o diminuita?

Per rispondere a queste domande, siamo andati a consultare i dati del Johnston Archive, soffermandoci in particolare sulla percentuale di IVG in rapporto al numero di gravidanze nei Paesi europei più popolosi (ovvero tutti i Paesi europei con più di 15 milioni di abitanti, eccezion fatta per la Polonia, dove l’IVG è ancor oggi illegale).

Cominciamo con un confronto grafico della percentuale di IVG nel 2015, ultimo anno per il quale sono disponibili i dati per tutti i Paesi considerati.:

 

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L’Italia è tra i Paesi europei con la più bassa percentuale di IVG, pari al 15,3%. Un dato, questo, uguale a quello dei Paesi Bassi, e ben inferiore alle percentuali che si registrano in Romania (26,4%), Francia (21,1%), Regno Unito (20,7%), Ucraina (20,5%) e Spagna (18,3%). Al di sotto dell’Italia troviamo solo la Germania (11,9%).

Sembrerebbe quindi che in Italia non vi sia un ricorso spropositato all’IVG, tale da giustificare una richiesta di revisione della legge 194; anzi, l’Italia sembra addirittura collocarsi al di sotto della media europea.

È però possibile che a motivare le campagne degli antiabortisti sia il fatto che, sebbene tra le più basse d’Europa, la percentuale di IVG sia in crescita? Per rispondere a questa domanda, siamo andati a confrontare la percentuale di IVG registrata nel 2015 con quella di 15 anni prima:

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Ebbene, la percentuale di IVG in Italia è calata, in 15 anni, di quasi 5 punti percentuali, passando dal 20,2% del 2000 al 15,3% del 2015. Si tratta della diminuzione maggiore registrata tra i principali paesi dell’Europa occidentale; riduzioni maggiori si sono avute solo in Ucraina e Romania, dove però nel 2000 si registravano percentuali di IVG altissime (53% in Ucraina e 52,3% in Romania), che si poi sono notevolmente abbassate negli anni successivi.

Sulla base di questi dati, sembra dunque che in Italia non ci sia alcuna “emergenza IVG”, dato che il ricorso alle IVG non solo è fra i più bassi d’Europa, ma si sta pure riducendo. Dati, questi, che mettono in evidenza come la legge 194 abbia permesso, decennio dopo decennio, di ridurre gradualmente il ricorso all’IVG da parte delle donne (passato dal 26% del 1980 al 15% attuale). Tornando alla domanda con cui abbiamo aperto questo post, ci sentiamo perciò di poter concludere che i tentativi dei gruppi antiabortisti di mettere in discussione la legge 194 non sono motivati da un’improvvisa emergenza aborti – ipotesi chiaramente smentita dai dati sulle IVG -, ma sono invece motivati da ragioni puramente ideologiche.

Anziché riaprire una discussione anacronistica sul proibire l’aborto, sarebbe dunque arrivato il momento di parlare invece del fatto che l’ormai altissimo tasso di ginecologi obiettori di coscienza mette seriamente a rischio il diritto di molte donne di ricorrere all’IVG.

 

 

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Olanda: eutanasia a 17 anni? Una fake news diffusa dalla stampa italiana

Qualche giorno fa, diversi giornali italiani hanno diffuso la notizia di una 17enne olandese cui sarebbe stata concessa l’eutanasia. Alla notizia è stata data ampia eco, e sui social media si sono scatenati i soliti Soloni “pro-life”, tutti prontissimi a spiegarci che insomma, sì, avevano ragione loro ad opporsi senza se e senza ma alla possibilità di legalizzare l’eutanasia. Perché, osservavano compiaciuti, poi si va a finire come nei Paesi Bassi, dove dell’eutanasia si abusa concedendola addirittura a una diciassettenne. Perfino il Papa ha sfruttato l’occasione per aprire Twitter e scagliarsi nella sua ennesima filippica:

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Peccato che questa storia sia falsa e sia stata montata ad arte dai giornali italiani, che se la sono inventata di sana pianta reinventando la storia di un tragico suicidio che non ha nulla a che vedere con l’eutanasia. 31mag.nl, un sito di informazione in lingua italiana che si occupa di quanto accade nei Paesi Bassi, si è messo all’opera con un encomiabile lavoro di fact checking, scoprendo che in realtà la richiesta di eutanasia presentata dalla ragazza era stata respinta dalle autorità olandesi, e che a causare la morte della ragazza, che da tempo soffriva di depressione a causa di uno stupro subito molti anni prima, è stato un suicidio e non certo un’eutanasia che mai è stata concessa.

Ieri, 31mag.nl ha pubblicato un articolo (che ci sentiamo di raccomandarvi!) in cui ricostruisce l’intera vicenda, ponendo seri interrogativi sul modo in cui oggi anche i principali quotidiani fanno informazione: andando cioè alla disperata ricerca del sensazionalismo, senza alcuna verifica dei fatti e delle fonti, puntando esclusivamente a generare scandalo, stupore e indignazione.

«L’episodio dell’altro ieri, fatemelo dire, è il punto più basso toccato dalla categoria giornalistica negli ultimi tempi e una chiara “wake up call”: la nostra credibilità è al minimo, la gente non si fida più di noi e forse siamo più simili ai bufalari, dai quali ci piace tanto altezzosamente distinguerci di quanto non crediamo. Perchè in questa miserabile vicenda non ci sono solo superficialità, approssimazione da tabloid, no, in questa vicenda c’è anche un’incontentabile carica di cinismo da giornale scandalistico che ha portato testate nazionali a manipolare le traduzioni, già a loro volta storpiature dei fatti, per aggiungere carica emotiva e pathos ad un dramma che di pubblico e giornalistico non aveva nulla».

Massimiliano Sfregola, direttore di 31mag.nl

BREAKING NEWS: Taiwan primo paese asiatico a legalizzare matrimoni per coppie omosessuali

Il parlamento di Taiwan ha approvato una legge che legalizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Si tratta di una decisione storica, perché Taiwan è la prima nazione asiatica ad approvare la legislazione sul matrimonio gay.

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L’approvazione della legge è giunta quasi due anni dopo una decisione della Corte costituzionale taiwanese che determinò l’incostituzionalità della legge vigente, secondo la quale il matrimonio è limitato alle unioni tra un uomo e una donna. La Corte stabilì inoltre un termine di due anni entro i quali emendare o emanare nuove leggi. Venerdì, a una settimana dalla scadenza di due anni, il parlamento taiwanese ha approvato una legge che rende il matrimonio omosessuale una realtà. La legge entrerà in vigore il 24 maggio.

Romania, clamoroso fallimento del referendum anti-gay

Si è concluso con un sonoro fallimento il referendum anti-gay promosso dalla “Coalizione per la famiglia” e dalla chiesa rumena. Il referendum proponeva di modificare la legge sui matrimoni, che attualmente definisce il matrimonio come “unione fra sposi” e che, se il referendum fosse passato, sarebbe diventato “unione fra uomo e donna”. Anche se la Romania non prevede nessuna tutela nei confronti delle coppie omosessuali, il referendum mirava a rendere più difficile un’eventuale futura legalizzazione di unioni civili o matrimoni fra persone omosessuali.

Perché il referendum fosse valido, avrebbe dovuto recarsi ai seggi il 30% degli aventi diritto. Eppure, nonostante un’iniziale campagna referendaria in cui erano state raccolte 3 milioni di firme, solo il 20,4% dei cittadini (meno di 4 milioni sui 19 milioni di elettori) è andato a votare – ovvero, solo un quinto degli elettori.

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Una notizia positiva, che sembra indicare un minore grado di intolleranza da parte della popolazione rumena nei confronti delle persone omosessuali. Il nostro augurio è che questo referendum anti-gay possa rivelarsi un boomerang in grado di aprire, nel paese balcanico, un dibattito sulle relazioni omosessuali che possa, fra qualche anno, portare alla legalizzazione di unioni civili o matrimoni fra persone dello stesso sesso. Sarebbe un’occasione per trasformare odio, paura e chiusura in tolleranza, apertura ed amore.