Grazie, Stefano

Apprendo con tristezza la notizia della morte di Stefano Rodotà. Per me, come per molti altri, Stefano è stato per anni un punto di riferimento in tante battaglie a difesa della nostra democrazia, per i diritti civili e la laicità dello Stato. Un vero gigante, che ci ha accompagnato mano nella mano, con dignità e fermezza, in un’era politica di nani e ballerine. Stefano lascia un vuoto che sarà difficile colmare. Ma ci lascia anche un’Italia che, senza di lui, sarebbe stata un po’ meno libera e un po’ meno laica. Addio, Stefano, e grazie.

PS: segnalo l’articolo con cui La Repubblica ha scelto di commemorarlo. Merita una lettura.

 

Russia: blogger in carcere per aver giocato a Pokemon Go in una chiesa

Ruslan Sokolowsky, un 22enne russo, è stato arrestato lo scorso autunno per aver insultato la religione ortodossa giocando a Pokemon Go nella chiesa di Ognissanti di Yekaterinburg – città russa di 1,4 milioni di abitanti situata ad est dei monti Urali, a ridosso del confine tra Europa ed Asia. Al termine del processo aperto a suo carico, l’accusa ha chiesto una condanna pari a 3 anni e mezzo di carcere.

Nell’estate del 2016 il giovane russo si era infatti filmato mentre si aggirava a caccia di Pokemon all’interno della chiesa. Alla fine del video il ragazzo, apertamente ateo, si lanciava in un commento sarcastico: “Ma,  sapete, non sono riuscito a catturare il Pokemon più raro che si possa trovar in questo posto, Gesù. Si dice addirittura che nemmeno esista, per cui non sono particolarmente sorpreso”.

Lo scopo del video, pubblicato su YouTube, sarebbe stato quello di smentire la diceria che aggirarsi a caccia di Pokemon in una chiesa avrebbe potuto portare a conseguenze legali; evidentemente, l’incauto ragazzo si sbagliava di grosso.

Informate del video, lo scorso autunno le autorità russe hanno provveduto ad incarcerarlo con l’accusa di incitare all’odio religioso. L’accusa ne ha chiesto la condanna a 3 anni e mezzo di carcere. La sentenza verrà pronunciata oggi.

AGGIORNAMENTO (12/5/17): il processo ha confermato la condanna ai 3 anni e mezzo di carcere richiesti dall’accusa, con sospensione condizionale, e a 160 ore di lavori socialmente utili.

 

FONTI: EuronewsBBC.

Russia: 100 omosessuali arrestati e 3 uccisi dalla polizia in Cecenia

Più di 100 persone sono state arrestate nelle ultime settimane dalla polizia in Cecenia, regione caucasica che si trova all’estremità meridionale della Russia. Tre di loro, forse anche di più, sarebbero addirittura state uccise dalla polizia stessa.

Oscurata sia dall’attacco terroristico a San Pietroburgo verificatosi negli stessi giorni in cui la notizia è filtrata, sia dal fatto che è ormai sostanzialmente impossibile per i giornalisti accedere alla Cecenia, la notizia è passata piuttosto inosservata sulla stampa internazionale, ed ha ricevuto ancor meno attenzione su quella italiana.

Nonostante la difficoltà di raccogliere notizie dalla regione, la notizia sarebbe filtrata grazie al lavoro del giornale russo Novaya Gazeta (lo stesso per la quale lavorava Anna Politkovskaja, giornalista attiva in Cecenia che fu fatta assassinare dal regime russo nel 2006) e di alcuni attivisti per i diritti umani nella regione. Ne hanno dato conto, fra gli altri, The New York TimesThe Guardian e The Independent.

Un portavoce del presidente ceceno Ramzan Kadyrov si è ovviamente affrettato a negare il tutto, affermando: “è impossibile arrestare o reprimere persone [omosessuali] che non esistono nella repubblica [cecena]”. “Se queste persone esistessero, la legge non dovrebbe nemmeno preoccuparsene, perché sarebbero i loro stessi parenti a spedirli in un posto da cui non faranno mai ritorno”.

Parole che danno l’idea di come la situazione per le persone omosessuali, già di per sé terribile in Russia, sia anche peggiore in questa regione a maggioranza musulmana. Nella quale all’autoritarismo conservatore del governo russo si somma quello del governo autonomo della Cecenia.

La retata sarebbe stata scatenata dalla richiesta di un gruppo moscovita per i diritti delle persone omosessuali, che avrebbe presentato domanda per poter organizzare dei gay prides in 90 città russe. Il solo fatto che una di queste richieste fosse stata presentata in una regione caucasica a maggioranza musulmana avrebbe scatenato immediatamente una manifestazione antigay. La polizia si sarebbe quindi mossa per attuare una retata nei confronti degli omosessuali presenti nella regione, attirati attraverso la creazione di falsi profili sui social network fra la comunità gay.

La risposta olandese all’antiabortismo di Trump: un fondo internazionale per bilanciare i tagli americani

Il nuovo presidente statunitense, Donald Trump, taglia i fondi alle organizzazioni internazionali che si occupano di garantire l’educazione sessuale, i diritti riproduttivi e l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza in condizioni sicure? A rispondergli è Lilianne Ploumen, ministro per il commercio e lo sviluppo dei Paesi Bassi, che lancia un fondo internazionale per controbilanciare i tagli americani.

L’obiettivo è quello di evitare che i tagli di Trump possano paralizzare le attività di organizzazioni come il Fondo per le Popolazioni delle Nazioni Unite (UNPFA), la Federazione Internazionale per la Pianificazione Familiare (IPPF) e Marie Slopes International.

Secondo le stime di Marie Slopes International, infatti, i tagli statunitensi (600 milioni di dollari) nei 4 anni della presidenza Trump porteranno a un incremento di gravidanze indesiderate 6 milioni e mezzo, a un incremento degli aborti in condizioni igienico-sanitarie precarie di 2.1 milioni e alla morte di circa 21700 madri.

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Conseguenze pesanti, che i Paesi Bassi intendono evitare chiedendo la collaborazione di tante nazioni: “Questi programmi – afferma Lilianne Ploumen – forniscono supporto diretto alle donne, distribuiscono profilattici, si occupano di accompagnare le donne al parto e, se non hanno altra scelta, di garantire loro l’accesso ad un aborto sicuro“.

L’idea è quella di un fondo cui possano contribuire non solo i governi, ma anche le organizzazioni, i cittadini e la società civile, uniti dall’obiettivo di garantire alle donne che vivono in Paesi in via di sviluppo l’accesso all’informazione ed educazione sessuale, ai metodi contraccettivi e a interruzioni di gravidanza sicure.

Al fondo potrebbero contribuire fino a una ventina di Paesi. Il Belgio ha già aderito all’iniziativa e il Canada ha annunciato che fornirà presto il proprio sostegno. Poiché i tagli statunitensi hanno effetto immediato, la ministra Ploumen ritiene che la risposta debba essere rapida: “Serve un po’ di tempo per organizzarsi, ma non voglio che ci si mettano 6 mesi. I fondi sono stati tagliati con effetto immediato, quindi è importante che queste organizzazioni avranno la certezza di poter continuare i loro programmi il più presto possibile“.