Romania, clamoroso fallimento del referendum anti-gay

Si è concluso con un sonoro fallimento il referendum anti-gay promosso dalla “Coalizione per la famiglia” e dalla chiesa rumena. Il referendum proponeva di modificare la legge sui matrimoni, che attualmente definisce il matrimonio come “unione fra sposi” e che, se il referendum fosse passato, sarebbe diventato “unione fra uomo e donna”. Anche se la Romania non prevede nessuna tutela nei confronti delle coppie omosessuali, il referendum mirava a rendere più difficile un’eventuale futura legalizzazione di unioni civili o matrimoni fra persone omosessuali.

Perché il referendum fosse valido, avrebbe dovuto recarsi ai seggi il 30% degli aventi diritto. Eppure, nonostante un’iniziale campagna referendaria in cui erano state raccolte 3 milioni di firme, solo il 20,4% dei cittadini (meno di 4 milioni sui 19 milioni di elettori) è andato a votare – ovvero, solo un quinto degli elettori.

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Una notizia positiva, che sembra indicare un minore grado di intolleranza da parte della popolazione rumena nei confronti delle persone omosessuali. Il nostro augurio è che questo referendum anti-gay possa rivelarsi un boomerang in grado di aprire, nel paese balcanico, un dibattito sulle relazioni omosessuali che possa, fra qualche anno, portare alla legalizzazione di unioni civili o matrimoni fra persone dello stesso sesso. Sarebbe un’occasione per trasformare odio, paura e chiusura in tolleranza, apertura ed amore.

 

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Addio, principessa

Apprendo solo ora, con tristezza, della morte di Marina Garaventa, la “principessa sul pisello” con la quale negli anni si era instaurato un rapporto di reciproca stima attraverso i nostri blog. La sua morte è una brutta notizia per l’Italia, che con Marina perde una donna coraggiosa e una mente brillante. Addio Marina, ci mancherai!

 

Condannato a morte perché gay? Il pregiudizio omofobo di una giuria americana

Condannato a morte anziché all’ergastolo perché gay. Potrebbe essere questa la paradossale conclusione della vicenda giudiziaria a carico di Charles Rhines, giudicato colpevole di un omicidio commesso nel 1992. Secondo alcuni membri della giuria popolare che ne decretò la condanna, l’ergastolo non sarebbe una vera punizione per Rhines in quanto, essendo omosessuale, si sarebbe “divertito” a stare in un carcere maschile – e, di conseguenza, l’unica vera punizione non potrebbe essere che la condanna a morte.

Della vicenda si sono occupati la settimana scorsa alcuni media americani, tra cui The New York Times, mentre non ci risulta che alcun portale di informazione in italiano ne abbia dato notizia.

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La pena di morte nel mondo (da nessunotocchicaino.it)

Eppure, la condanna a morte di Charles Rhines sembra essere un caso di evidente bias giudiziario ai danni di un cittadino omosessuale. Prima di deliberare, la giuria popolare investita del caso inviò al giudice una lista di domande: Rhines avrebbe avuto un compagno di cella? Gli sarebbe stato permesso di “creare un gruppo di seguaci o ammiratori”? Gli sarebbe permesso di “ricevere visite coniugali”? Scusandosi per la possibilità che alcune delle domande potessero essere “inappropriate”, i giurati indicarono allo stesso tempo che queste domande erano importanti per il loro processo decisionale. Il giudice rifiutò di rispondere, dicendo ai giurati che tutto ciò che avevano bisogno di sapere era nelle istruzioni che avevano ricevuto. Otto ore dopo, la giuria condannò Rhines a morte.

Nel 2016, a seguito della scoperta di questa nota, fu aperta un’indagine sul caso. Un giurato dichiarò che i giurati sapevano che Rhines era gay, e pensavano che non gli si sarebbe dovuto consentire di vivere con altri uomini in carcere. Un secondo riferì un commento di altro giurato, secondo il quale condannare Rhines alla prigione avrebbe significato “mandandolo dove vuole andare “. Un terzo disse “c’erano molte discussioni sull’omosessualità nella sala della giuria. C’era molto disgusto. Questa è una comunità agricola. C’era un sacco di gente che era tipo, ‘Ew, non posso crederci.'”

La settimana scorsa, tuttavia, la Corte Suprema statunitense ha rifiutato di riaprire il caso. Una decisione sorprendente alla luce delle motivazioni che spinsero la giuria popolare a decretare la condanna a morte anziché l’ergastolo, specie se si tiene in considerazione che l’anno scorso la Corte Suprema riaprì un processo per violenza sessuale in quanto la posizione di alcuni giurati risultò essere distorta da un pregiudizio raziale contro l’accusato, di origini messicane.

La conclusione del caso potrebbe dunque essere questa: se fosse stato eterosessuale, Rhines avrebbe forse potuto cavarsela con un ergastolo. Poiché è gay, invece, va condannato a morte. Perché? Perché il pregiudizio omofobo porta a pensare che la prigione sia, per un prigioniero omosessuale, una sorta di gita scolastica, mentre la realtà parla di innumerevoli casi documentati di violenza, sfruttamento e talvolta stupro subiti dai prigionieri che vengono identificati come omosessuali (secondo l’istituto nazionale di statistica statunitense, 1 ogni 8 carcerati LGBT subisce abusi sessuali durante la permanenza in prigione).

La triste vicenda di Alfie e l’autocandidatura italiana per continuarne la tortura

Dopo diversi pronunciamenti legali che si sono espressi in tal senso, tanto dei tribunali britannici quanto della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), è difficile che possano ancora sussistere dubbi sul fatto che il continuare a tenere in vita Alfie Evans non possa essere altro che accanimento terapeutico.

Alfie è un bambino inglese di 23 mesi affetto da una malattia neurologica sconosciuta, da tempo in stato semivegetativo e tenuto in vita soltanto dai macchinari. Il progresso della malattia continua a danneggiare sempre più il suo cervello, ed i medici hanno da tempo osservato che mantenerlo in vita sia soltanto un inutile accanimento terapeutico. Convinzione confermata dai tribunali, cui i genitori, rifiutandosi di arrendersi all’evidenza, si sono rivolti più volte.

Ora, dopo che anche la CEDU si è espressa contro il proseguimento dell’accanimento terapeutico, l’Italia ha conferito ad Alfie la cittadinanza italiana, guadagnandosi immediatamente il plauso del papa. Una vera e propria candidatura a continuare una tortura senza senso in nome di una campagna ideologica “a difesa della vita”, portata avanti, paradossalmente, dalle stesse persone che riescono a definire contro natura una relazione tra due donne o due uomini, ma riescono allo stesso tempo a ritenere naturale ed umana la continuazione ad oltranza, oltre ogni ragionevole limite, di terapie che non hanno nessuna possibilità di guarire Alfie, ma solo di prorogarne inutilmente le sofferenze.